ACARI di Giampaolo G. Rugo

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“Acari” (Neo Edizioni) è il romanzo d’esordio di Giampaolo G. Rugo, già autore di drammaturgie, sceneggiature e biografie musicali. “Acari” ha una copertina deliziosa e dai colori garbati: svetta, tra il nero e il bianco sullo sfondo, la statuetta d’una ballerina corpulenta in spaccata verticale. E così è del resto la vita: un tentativo disperato e ininterrotto di trovare l’equilibrio, a dispetto del fuori e del dentro che accidentalmente ci si ritrova.
Una sfilza di solitudini cui diamo il nome di individui a dimenarsi nella realtà. Un viaggio, l’esistenza. Ciascuno sul proprio binario e senza destinazione. Poi qualche volta si scende, si aspetta la coincidenza per l’ennesimo dove ignoto e lì, in quel tempo imprevedibile d’attesa, capita si incroci qualche destino. Il viaggio ricomincia, sia chiaro. E lo si affronta sempre da viaggiatori solitari. Ma chiunque ci abbia inavvertitamente sfiorati durante l’attesa prosegue con noi, dentro di noi. Sa essere maledettamente promiscua la fatalità.
“Acari”, a richiamare gli animaletti che si insediano nei materassi, nelle moquette o nei tappeti, è un coacervo di vite cui non riesce la spaccata verticale. Gli acari sono il filo conduttore di alcune storie e acari siamo metaforicamente noi, che proliferiamo sotto traccia, con la nostra amara eppur conveniente invisibilità, talora nocivi e per questa ragione a rischio d’essere spietatamente aspirati.
Il caso regala a ciascuno la significanza d’un momento che la scrittura ha il dovere di fermare. Poi si va oltre. Il sottofondo sa essere delicato e al contempo struggente, come la tromba di Miles Davis. Sa produrre quell’inconfondibile suono della puntina sui solchi del vinile quando reclama il passato. Ché il presente – l’autore dimostra di saperlo bene – è l’esito più o meno gentile di giorni affastellati lungo un’asse temporale che dura anni. Sbrigliare la matassa esistenziale che Rugo aggroviglia nei tredici capitoli di “Acari” è quanto di più appagante possa accadere al lettore. Ravvisare i legami tra i personaggi è quasi un processo costante di agnizione, che valica peraltro i confini conoscitivi dei personaggi stessi, ai quali molte volte non è dato apprendere gli scherzi del destino.
A ognuno di essi ci si lega perché, nel magma di effettiva soggettività, le sembianze di tutti sono oltre modo umane. Niente eroi. Solo uomini e donne alle prese con la vita. I riflettori puntati sull’unico istante di verità: il vuoto. Come le dita nel miele di nonna Adele, quando tutti sono già andati via. Come quando Ostia è deserta, come quando a un padre scende giù una lacrima e intanto tiene per mano il figlio, come tutte le volte che non si piange perché non ne vale la pena, come quell’unica volta in cui Gimbo fu felice, come la felicità interrotta bruscamente. Tutti vuoti d’una compiutezza incredibile.
Dentro le storie la vita, declinata come le individualità impongono e condita dalla malattia, dal calcio, dal basket, dalla musica. Luoghi dentro ai quali l’autore si muove con grande disinvoltura.
Aleggia su tutto la poesia. Sa essere poetica, se vuole, anche la vita quando si incarna in un pallone verso il cielo infinito o nel gioco prospettico d’un bisonte disegnato con otto zampe.
Poi c’è Claudia: il sogno, la realtà, la trasfigurazione di entrambi mentre beffardamente impazza il destino. E c’è una foto. Che si possano fermare e accudire, senza averli vissuti, gli altrui istanti di felicità?
“Acari” è una carezza, è un congegno perfetto che restituisce il mistero di questo mondo ove ci si affolla, disordinatamente solo all’apparenza, e nell’attesa d’essere aspirati. Insieme però. Mai uno alla volta.

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