Ogni serie narrativa conosce un momento in cui il protagonista cessa di essere soltanto il motore dell’intreccio e si rivela nella sua più piena complessità umana. È ciò che accade a Edoardo Baldassa ne Il vero nome delle cose (Di Nicolò Edizioni, quinto romanzo di Gerardo Rizzo.
Il delegato di pubblica sicurezza chiamato a risolvere un delitto diventa il centro emotivo e morale del romanzo. Non conduce soltanto un’indagine, ma finisce per attraversare sé stesso.
Per la prima volta, da quando abbiamo avuto il piacere di conoscerlo, Baldassa si allontana da quella Messina che i lettori hanno imparato ad abitare insieme a lui. L’omicidio nel quale si imbatte quasi casualmente a Castelfranco rappresenta certamente l’innesco della vicenda, ma non ne costituisce il centro più profondo. Come spesso accade nella migliore narrativa noir, il delitto è soltanto la superficie. Sotto, molto sotto, si muovono le correnti invisibili della memoria, della storia e dell’identità.
Gerardo Rizzo continua a fare ciò che ha sempre saputo fare con rara efficacia, ovvero utilizzare il noir per interrogare il tempo.
Se nei quattro romanzi precedenti era stata Messina a imporsi come protagonista, ricostruita attraverso la sua architettura, la sua toponomastica, le sue stratificazioni sociali e culturali, stavolta è Castelfranco a ricevere il medesimo trattamento. È evidente che lo sguardo dello storico scorta, e in taluni casi addirittura precede, quello del narratore. Ogni strada, ogni edificio, ogni riferimento documentario nasce da uno studio rigoroso che mai sfocia nella esibizione erudita. La conoscenza storica diventa materia narrativa, si trasforma in atmosfera, in respiro, in destino.
Ed è forse proprio questa la cifra più originale della scrittura di Gerardo Rizzo. La storia non costituisce mai il fondale sul quale collocare un delitto. È piuttosto il terreno stesso dal quale il delitto germoglia.
Le indagini di Baldassa, condotte insieme al giovane maresciallo Caneschi, finiscono inevitabilmente per affondare nelle fratture del XIX secolo. Nel tempo complesso della dominazione austriaca, del Quarantotto, del Risorgimento. Nulla appartiene davvero al presente. Tutto è conseguenza di ciò che è accaduto prima.
Il lettore comprende allora che il passato non passa mai davvero. Rimane nelle città, nei cognomi, nelle famiglie, nelle assenze. Rimane soprattutto nelle vite di coloro che vengono dopo. È forse questo il vero tema del romanzo.
Baldassa stesso appare diverso. O, più esattamente, appare finalmente completo. Muoversi nei luoghi dell’infanzia significa percorrere sentieri nei quali la memoria possiede un peso diverso da quello dell’indagine. La sua storia personale emerge lentamente, senza mai cedere alla tentazione della spiegazione psicologica.
Il rapporto con la madre, rimasto finora confinato nelle lettere, assume qui una centralità narrativa che contribuisce a ridefinire il personaggio. Così come continua a riaffiorare la figura di Carolina Vendramin, presenza che abita il romanzo come abitano la vita le occasioni mancate, l’incompiuto, il rimpianto, ciò che continua a chiedere una risposta pur sapendo di non poterla ottenere.
Ed è sorprendente osservare come, proprio tornando a casa, Baldassa finisca per domandarsi se casa non sia ormai altrove. Messina, dove era stato destinato quasi per punizione, assume pertanto nella distanza la consistenza dei luoghi dell’appartenenza. Il rientro a Treviso, per il quale si adopererebbe volentieri la madre, smette così di rappresentare un traguardo desiderabile. È uno di quei sottili rovesciamenti esistenziali che l’autore racconta con misura, senza bisogno di sottolineature.
Se Baldassa cresce come personaggio, rimane invece immutata la sensibilità etica che caratterizza l’intera opera di Gerardo Rizzo. Anche in questo romanzo si sceglie di osservare il mondo dalla parte degli ultimi. Lo si coglie nell’indulgenza con cui il protagonista guarda al furto nella proprietà, nei dipinti di Noè Bordignon, così come nella rappresentazione della povertà che aveva già attraversato le pagine dedicate alla Messina di Annibale Maria Di Francia. Non è soltanto compassione. È una precisa idea di giustizia. Una posizione morale che inevitabilmente riflette anche una visione politica del mondo.
Tra le pagine più alte del romanzo vi sono quelle dedicate alla visita nella casa di Zuanetti e al furto nella proprietà di Baldassa. Qui la scrittura quasi abbandona ogni funzione investigativa e si apre a una narrazione profondamente umana. La miseria non viene mai spettacolarizzata. Diventa piuttosto il luogo in cui la dignità degli uomini resiste alle condizioni materiali dell’esistenza. Sono pagine di autentica poesia civile.
Gerardo Rizzo conferma anche una notevole abilità compositiva. I richiami ai romanzi precedenti sono numerosi, ma mai invasivi. Chi segue Baldassa ritroverà una trama più ampia che continua a svilupparsi. Chi invece vi si avvicina soltanto adesso non avvertirà alcuna esclusione. È un equilibrio tutt’altro che semplice da raggiungere.
Non meno interessante è il dialogo continuo tra arte e storia. La vicenda della pala di Giorgione, presumibilmente commissionata dalla famiglia Costanzo di Messina, costruisce un ponte ideale tra Veneto e Sicilia e restituisce ancora una volta l’impressione che ogni episodio narrativo sia sostenuto da una solida ricerca documentaria. Del resto molti dei personaggi incrociati nel romanzo sono realmente esistiti. L’autore continua a sottrarli all’archivio per restituirli alla letteratura. È un procedimento poco frequente nel noir contemporaneo e costituisce uno degli elementi di maggiore originalità della sua scrittura.
Ma è forse nel modo in cui racconta le conseguenze del Risorgimento che il romanzo raggiunge il proprio nucleo più intenso. La grande storia viene osservata attraverso le sue ferite private. Padri che non tornano, figli rimasti senza spiegazioni, tombe che non esistono. Da una parte il dovere verso la patria, dall’altra quello verso la famiglia. È un conflitto che appartiene a un’altra stagione della storia italiana e che proprio per questo continua a interrogare il lettore con sorprendente forza.
Il male, naturalmente, rimane il vero interlocutore di Baldassa. Un male che Gerardo Rizzo non interpreta come eccezione, ma come possibilità costante dell’agire umano. Cambiano le città, cambiano le epoche, mutano perfino gli assetti politici, ma l’ombra continua a seguire gli uomini ovunque. Baldassa sa che il suo compito consiste precisamente in questo: riconoscerla e affrontarla.
Anche l’amore, premurosamente ospitato nel romanzo, sfugge a ogni rappresentazione consolatoria. Non è salvezza, né fusione perfetta. È il difficile avvicinarsi di due individualità che rischiano continuamente di smarrirsi l’una nell’altra. Un sentimento raccontato con una modernità sorprendente per un romanzo ambientato alla fine dell’Ottocento.
Con Il vero nome delle cose Gerardo Rizzo non offre dunque un nuovo episodio delle indagini di Edoardo Baldassa. O meglio, non fa questo soltanto. Compie anche un passo ulteriore nella costruzione di un universo narrativo nel quale il noir diventa uno strumento per comprendere la storia, la storia una chiave per leggere gli uomini e gli uomini il luogo in cui, ancora oggi, continuano a depositarsi le conseguenze del tempo. È questo, probabilmente, il vero nome delle cose che il romanzo invita a cercare.
IL VERO NOME DELLE COSE di Gerardo Rizzo
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