SUPER SANTOS (UNO CHE CE L’HA FATTA)

Che il calcio fosse l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo era ben chiaro a Pasolini, cui non era sfuggita finanche l’intercambiabilità tra il calcio e il teatro.
Sono del resto mondi, questi, che osservano ciascuno il proprio rito; mondi provvisti di un complesso di norme da seguire come da infrangere e che, per tale ragione, sanno molto spesso guardarsi negli occhi. E riconoscersi.
Queste, a mio avviso, le premesse per intendere con maggiore cognizione il senso del lavoro di Donato Paternoster, interprete, autore e regista di “Super Santos (Uno che ce l’ha fatta)”, in scena ieri a palazzo Calapaj – D’Alcontres, nell’ambito della XII edizione del Cortile Teatro Festival.
Un fondale di giornali a glorificare la serietà e la rilevanza di un argomento sul quale hanno ragionato intellettuali, poeti. E non è causale che il vento abbia scelto di scuotere le notizie, di agitare i titoli a lettere cubitali che svettano nelle prime pagine: il calcio, come la vita, assorbe le storture e i malumori del mondo, ulteriormente lo infanga e ne è a sua volta infangato. Non si spiegherebbe altrimenti il regresso di uno sport che nel Natale del lontano 1914 fermava persino la guerra e che da tempo è invece specchio del capitalismo, è sempre più business, sempre meno anima.
Donato Paternoster, affiancato per la drammaturgia da Simone Faloppa, consegna al pubblico del Cortile una prima nazionale che svela l’universo intimo di una giovane promessa del calcio di provincia che ha appeso presto gli scarpini al chiodo. Una esistenza con una virata che solo apparentemente stride con i sogni di gloria, con l’orizzonte di una ricchezza possibile e che piuttosto, nell’intima essenza, costituisce solo la più agevole via d’uscita, la replica alla disfatta, l’unica provvidenziale rinuncia.
Donato Paternoster, pugliese classe 1980, indossa una tuta di Italia 90. Si muove con grande disinvoltura tra i coni stradali che dispone a mo’ di 4-3-2-1, lo schema del Milan di Ancelotti per intenderci. Solo che in questo albero di Natale che già profuma di sacro il reparto offensivo è costituito nelle fasce dal bue e dall’asinello e Maria è nientemeno che centravanti, falso nueve che arretra alla Messi nel Barcellona di Pep Guardiola.
Intanto il protagonista ripercorre le tappe salienti della sua breve carriera, dal settore giovanile alla serie A, nella nazionale under 17. Quindi la discesa all’inferno: C1, C2. E mentre Del Piero va avanti, lui retrocede, fino all’inevitabile resa.
Va così la vita. Una serie di circostanze favorevoli per l’ex capitano della Juventus e una serie di circostanze sfavorevoli per questo giovane in procinto di smettere i panni del calciatore e vestire quelli della rinuncia.
Da una scena sacra affrescata con la mente si passa senza soluzione di continuità al gravoso manifesto della fama, vomitato e raccolto dall’andamento veloce della musica Techno. Allora Paternoster richiama alla memoria del pubblico la semifinale dei Mondiali contro l’Argentina e gli errori fatali dal dischetto di Donadoni e Serena.
Posto che la fama sia un peso, posto che i soldi costituiscano la meta, il segreto addirittura della bellezza, posto che ogni cosa si disponga secondo un disegno che l’uomo ignora, la bellezza del calcio irrompe a sprazzi sulla scena e si materializza nel riscaldamento prepartita di Maradona sulle note di quella “Live is life” degli Opus che a chiudere gli occhi tu vedi El Pibe de Oro che palleggia.
Donato Paternoster possiede una presenza scenica mirabilmente comunicativa, inappuntabile nel variare il ritmo, nell’assecondare verbalmente e coi gesti le azioni, nel sorvegliare la misura d’una drammaturgia che mai preme sul pedale dell’enfasi, dell’inopportuno lirismo. La scrittura è veloce, fresca, onesta. Salta gli steccati della ragione e si perde nel tramestio delle percezioni, dei sensi. Sono discese e salite, sono curve a gomito e rettilinei, accelerazioni e brusche frenate.
Poi si torna al calcio. Niente più traversoni, bandito il buon vecchio catenaccio, ora si predilige il gioco palla a terra. E paradossalmente, nel riprendere il contatto più diretto con la realtà, si volge lo sguardo al cielo, cercando Dio nei dettagli, vagheggiando quell’universo ideale abitato da San Francesco e Maradona, condannando il calcio adesso che i soldi ne hanno alterato la vera natura.
Peraltro il mondo stesso è trasfigurato dal caos, dall’orrore, dalla vacuità. Si assegna a qualche aereo il compito manicheo di separare il bene dal male, si recapitano vasi sacri e paramenti liturgici dentro pacchi Amazon su macchine telecomandate, ci si purifica con l’Amuchina, si preferiscono bevande energetiche dentro coppe da torneo al classico vino nel calice. Mentre si mescolano da lontano litanie sacre e rumori da stadio.
A Donato Paternoster il merito di aver fotografato la realtà, con tutte quante le contraddizioni, le incalcolabili storture che la guastano, e di averlo fatto mettendo in comunicazione due mondi che del rito, della superstizione, della povertà e del denaro, come pure della bellezza e della deformità conoscono tutte le gradazioni. Sono due mondi solo all’apparenza lontani. E sono due mondi che a sintetizzarli ti ritrovi in mano l’immaginetta di Super Santos, come il pallone arancione con bande nere che non va a vento, se gli si imprime una certa forza calciandolo. Super Santos ha il volto di San Francesco e la maglia del Bologna. Super Santos, a metà tra chiesa e stadio, è insomma uno che ce l’ha fatta. Perché evidentemente si può vivere senza niente, ma devi prima godertela. Guai a svilire la bellezza di un palleggio e tutte quante le giocolerie di questo mondo che, tra una guerra, una pandemia e un’emergenza, di giocolerie è incontrastato maestro.
Allora tu gioca, per tutte queste ragioni gioca. Coi piedi leggeri, coi polmoni gonfi di spiritualità che è Dio, ma che può essere mille altre cose. Gioca senza rincorrere la vocazione, senza inseguire una meta. Gioca come gioca Donato Paternoster, dentro e fuori la scena, sui titoli di coda che sono la domanda di Lucio Dalla cui nessuno potrà mai rispondere. Nella consolidata certezza che a teatro tutto si scompagina, tutto si smaschera, tutto si mescola, all’unico scopo di ridipingere almeno un pezzetto del nostro pianeta e, col tramite dell’artificio, assegnargli una parvenza di insospettabile verità.

(da Infomessina.it)

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