ANIMALI DA BAR

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A dispetto di quei pochi che andavano via scandalizzati dal turpiloquio, la compagnia Carrozzeria Orfeo ha dato prova al teatro Vittorio Emanuele di Messina di come certa drammaturgia possa degnamente assolvere all’arduo compito di effigiare un’intera epoca, con tutti i suoi disagi, le sue storture, i suoi immancabili turbamenti.
Come già al tempo della prima prova, “Nuvole barocche”, che metteva in scena un ciuffo di giovani perdenti, anche stavolta con “Animali da bar” l’intento della compagnia mantovana, quello di fondere teatro fisico e dramma contemporaneo, ha dato esiti strabilianti, felicemente dischiudendo l’universo dei reietti a quella borghesia che di solito siede nelle platee d’ogni dove.
Inappuntabile la drammaturgia di Gabriele Di Luca, nella perfetta scansione ritmica dei dialoghi e, più in generale, nella scrittura pungente che vivifica il dramma emotivo mediante un linguaggio politicamente scorretto e, grazie a ciò, lucidamente sarcastico, cinico, all’occorrenza finanche poetico.
Il sipario s’apre sulla voce fuoricampo di Alessandro Haber. E l’ouverture già anticipa l’impronta delirante della pièce, tutta imperniata sul dramma individuale che si abbarbica nell’universale decadenza. Trattasi dell’Occidente globalizzato, frustrato, psicotico, marcio, o dell’Oriente commercializzato che vende saggezza a buon mercato, tutto è ormai dimora di sogni infranti e sconfitte ineludibili.
A farne le spese l’uomo. Nella fattispecie sei animali notturni che gravitano attorno a un bar come tanti, in un quartiere come tanti, per affogare, come tutti, nei boccali di birra e nei personali drammi.
Un vecchio misantropo che odia i cinesi, una donna ucraina che affitta l’utero a coppie italiane, un ipocondriaco che s’inventa un’impresa di pompe funebri per animali di piccola taglia, un buddista che vorrebbe il Tibet libero, utopie d’ampio respiro, e che quotidianamente subisce violenze tra le mura domestiche, uno scrittore alcolizzato che del nichilismo ha fatto la sua ragione di vita.
Sei personaggi in cerca d’una salvezza impossibile, dimenandosi intanto ciascuno come meglio sa in quell’angusto spazio che emargina sì, ma che dà paradossalmente conforto.
Sei animali nel grande zoo del mondo, in cattività ma per un paio d’ore senza museruola, a confessare l’angoscia e un condivisibile male di vivere.
Non conforta la solidarietà, men che meno l’illusione di un riscatto. Si nasce e si muore da soli, in mezzo tuttalpiù la parvenza d’una vita. Mai fortemente voluta.
“Animali da bar” è l’istantanea del mondo senza filtri e ritocchi, è la cinica caricatura del mondo, è la sconsolata riflessione esistenziale in chiave pop che celebra i funerali della società, è la deformazione comica del reale, è l’urlo disperato di un nugolo di invisibili, abietti, umanissimi individui senza storia.
La cifra stilistica della pièce si gioca tutta sul versante della dissacrazione. Ché se così non fosse, la realtà sarebbe tanto tragica da risultare paradossalmente consolatoria. L’irriverenza è tutto ciò che rimane, quando anche le rovine sono andate distrutte. Crollate le convenzioni sociali, le formalità, gli intellettualismi e le maschere, l’uomo non può più indossare i panni dell’eroe e resta lì, tra i brandelli di vita che gli restano e con una esistenza tutta da acconciare.
Le storie degli animali da bar sono le nostre storie. E si calano su un destino già scritto cui drammaticamente sei miliardi di solitudini loro malgrado soccombono.
Spetta agli attori sulla scena, Beatrice Schiros, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino e Paolo Li Volsi, il compito di sputare il malessere anche per noi. Non avrebbero potuto riuscire meglio, non avrebbero captato e assorbito ciascuno le nostre anomalie se non fossero risultati credibili. L’esito della loro performance è stupefacente. E butta lì quella disperazione liquida che ciascuno di noi quotidianamente ingurgita per tirare a campare. Fingendo di non desiderare la morte.

(da Tgme.it)

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