BILLY ELLIOT

billy elliot

Si può gradire o meno il genere, ma nessuna sostanziale critica v’è da muovere al musical “Billy Elliot” diretto e adattato in italiano da Massimo Romeo Piparo.
Prodotto dalla PeepArrow Entertainment e da Il Sistina, il musical basato sull’omonimo film di Stephen Daldry è ripartito con il nuovo tour il 26 gennaio e ha percorso tutta l’Italia prima di approdare sulle rive dello Stretto.
Cast in parte rinnovato e nel ruolo del protagonista il giovane siracusano Arcangelo Ciulla, appassionato di street dance, hip hop, break dance, locking, popping e house. Un artista di appena quindici anni che ha già intrapreso percorsi di danza classica, modern jazz, canto, recitazione e tip tap.
Accanto a lui gli altrettanto giovani Matteo Valentini e Filippo Arlenghi, entrambi formatisi all’Accademia del Teatro Sistina diretta da Piparo. Poi ancora Luca Biagini, Sabrina Marciano, Cristina Noci, Donato Altomare, Elisabetta Tulli e trenta straordinari performer coreografati da Roberto Croce.
La direzione musicale è del Maestro Emanuele Friello, le scene inappuntabili di Teresa Caruso, i costumi di Cecilia Betona, l’impianto luci di Umile Vanieri.
Al pubblico del Vittorio Emanuele, infoltito dall’inusuale presenza di bambini nelle prime file della platea, il privilegio di assistere a un musical dal respiro internazionale che vanta le pluripremiate musiche composte da Elton John.
Billy è il ragazzo che per amore della danza sfida l’ottusità del padre e del fratello che lo vorrebbero pugile.
Sullo sfondo l’austera e bigotta Inghilterra della Thatcher, quella delle miniere che chiudono e dei lavoratori in rivolta.
Billy concentra su di sé emozioni, sogni e valori cui la società 2.0 sembra poter rinunciare. E con Billy quasi si recuperano quel candore e quella freschezza, quella maturità, quella sensibilità così poco ravvisabili nei giovani d’oggi.
Certe scene risuonano patetiche alle orecchie dei più cinici, ma così accadeva nella pellicola di Daldry e così deve accadere sulla scena. Quasi a voler recuperare un universo dickensiano fatto di povertà sì ma al contempo di opulenza di sentimenti.
C’è poi tutto un discorso, nemmeno sottinteso, sulla discriminazione di orientamento sessuale che investe il mondo adulto e da cui i più giovani riescono agevolmente a sottrarsi.
Da un musical, insomma, nulla ci si aspettava di più e nulla di meno. Se un particolare plauso va tributato non si può che tributarlo all’allestimento della scena e ai giochi di luci che l’hanno di fatto impreziosita. E se talora è capitato di cedere al sonno è stato solo perché delle due ore e mezza di spettacolo qualcosina poteva anche risultare troppo lenta per un mercoledì sera.

(da Tgme.it)

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