BOLLARI: MEMORIE DALLO JONIO

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È attraverso le storie che l’uomo cerca sempre nuove interpretazioni del suo essere e del suo agire. Costruirle è un po’ come cercare ancora, rispondendo da una parte al forte bisogno di vivificare l’esistenza attraverso le parole e dall’altra a quello di darle una doverosa parvenza di senso.
Carlo Gallo ha così scritto e narrato una storia. Di quelle che ti catturano, che non dimentichi. E, grazie a essa, ha recuperato il tempo sulle cui macerie si è sempre edificato nuovo presente. Lì giace un po’ di noi, nascosto tra le pieghe della
terra e tra le onde del mare che la bagna.
L’homo narrator appartiene a una famiglia di pescatori del Sud. Un universo verghiano trasposto nella Calabria di Carlo Gallo e custodito nella memoria orale dei propri conterranei. Se ne rivivono a teatro i profumi, i colori, gli ardimenti, le miserie. Si sentono finanche le voci che urlavano “bollari”, come a intravedere la luce. Ché erano tonni a largo delle coste. E bombe illegali da lanciare. E bocche da sfamare, sulla terraferma.
Innanzi al potere, durante il ventennio fascista, la gente era un banco di sardine. La fame l’affliggeva ma non poteva rubare. I fascisti tagliavano le mani. Restava allora la pesca, il mestiere della miseria. Si rubava al mare. Col rischio di morire.
Voce e corpo dell’unico attore sulla scena narrano di due anziani pescatori e della Cecella, il miglior peschereccio del Mar Jonio. La ritualità dei gesti, l’assuefazione alla fatica, una dignità tutta da conquistare nel perenne riciclo della speranza e dopo la peggior mareggiata che fosse mai stata affrontata: la guerra.
Le parole restituiscono vigore alle cose, e qui la lingua assurge a metafora d’un vissuto ondivago, orecchiabile e cacofonico a un tempo. Qui si compie la parabola di un uomo e dell’intera umanità che rema, rema, rema. Per sopravvivere.
“Bollari: memorie dallo Jonio” è la perfetta sintesi di una scrittura leggera, nell’accezione di leggerezza calviniana, nonché impeccabile ritmicamente, e della riguardosa sottomissione al codice gestuale d’un tempo lontano e d’una terra che resuscitano magicamente sulla scena.

(da Tgme.it)

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