DUX IN SCATOLA

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Sulla scena un baule sgangherato e niente più. Dentro i resti del corpo oltraggiato e dislocato di Mussolini, cui una degna sepoltura pareva preclusa da quegli orrori commessi in vita e che pure, post mortem, sembrerebbero non giustificare tanto e tale accanimento. Qui, attenzione, non si intende riesumare un cadavere in brandelli e sottoporlo a un interrogatorio impossibile. L’operazione di Daniele Timpano, coraggiosa e a tratti volutamente urticante, mira piuttosto al non sense di tutta quanta la realtà filtrata dallo sguardo di una salma e da quello dell’attore che le presta per l’ultima volta corpo e voce. È un gioco dopo il massacro e, come tale, non soggiace all’assunzione parziale e riduttiva di un punto di vista univoco, anzi letteralmente destruttura la grande storia e si sofferma sul particolare, sui miseri resti senza dimora che sparigliano le carte del passato e sussurrano la condizione pur sempre compassionevole di un cadavere eccellente.
Per far ciò, l’autore e attore procede per sottrazione. Nel suo vestito nero acceso dalla cravatta rossa che vi si erge per cromatismo, Timpano rinuncia al teatro di narrazione settario e si lascia invece possedere dai demoni del passato che ancora oggi vagano senza meta. Non s’intende distinguere il bene dal male e men che meno amplificarne gli effetti. Non v’è del resto traccia di contorni netti che possano chiudere il cerchio della storia. Non almeno questo il senso e il fine di certo teatro.
Sulla scena, Timpano dà prova di quella stupefacente versatilità attoriale grazie alla quale non si percepiscono più confini tra le anime, mentre due mani, l’una col palmo rivolto verso il basso e le dita unite, l’altra stretta in pugno, talora rimarcano l’estraneità dell’artista ai fatti che hanno segnato la storia. Perché così deve essere. Perché scombussolano i dubbi, mai le certezze.
“Dux in scatola”, quarto appuntamento della rassegna Il Cortile – Teatro Festival, è di fatto la studiata frantumazione di un volto storico attraverso le sue spoglie che dribbla retorica, condanne, assoluzioni; dribbla finanche gli arcinoti cliché confezionati dal tempo e sui quali si sono eretti eterni santuari di propaganda fascista e antifascista. La materia è ancora adesso viva e, dal pretesto del viaggio compiuto da piazzale Loreto al cimitero di Predappio, le si dà modo di marcire una volta di più. Così che nulla possa sottrarsi al pesante giogo del teatro nell’atto di disseppellire la storia. Qui si esercita tutta la forza dell’arte che depreca risolini e consensi da cabaret. Qui si accolgono parimenti approvazione e sdegno, pescati a caso nel marasma di senso che calca la scena.
Se è vero che del fascismo non ci si è mai realmente liberati, la plasmabilità dei fatti rimane l’unica certezza per chi audacemente miri alla destrutturazione del tutto. La farsa che si avvicina alla realtà, la tragedia a un passo dal vero, il cinismo alla base dell’operazione. Il ritmo del racconto, perfetto nell’imperfezione delle voci che vi contiene, scandisce i fatti e lascia che in essi si insinuino le pause delle riflessioni. Il materiale drammaturgico poteva essere infinito, eppure Daniele Timpano non ne ha selezionato i contenuti. Egli ha semmai scelto la modalità di vivificarli ancora e ancora a teatro. Lo sguardo è parziale sì, ma inedito. A ciò si deve la forza di questo interessante lavoro permeato di paradossi, ambiguità, eresie. Forte ancora di più se lo si scaglia contro spettatori “circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista. Ogni italiano dovrebbe gettare la maschera e dichiararsi francamente fascista”, tra un brano di Marinetti e uno di Gadda, tra uno slogan neofascista e il disinibito impeto verbale reazionario di questi tempi.

(da Infomessina.it)

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