Giusi Arimatea

TEATRO

HO PERSO IL FILO

Torna a teatro, laddove peraltro tutto era iniziato negli anni Settanta al seguito della compagnia Quelli di Grock, l’attrice Angela Finocchiaro. Sessantatré anni e il coraggio di mettersi in gioco con uno spettacolo che valica i confini del teatro di parola e si attesta sul piano cangiante della multiformità. 
“Ho perso il filo”, in scena al Vittorio Emanuele, è infatti una gradevolissima commedia, dal sapore dolceamaro, giocata sulla sovrapposizione di due linguaggi, la parola e la danza, perfettamente combinati a livello registico da Cristina Pezzoli. Ebbene il testo di Walter Fontana e le musiche originali di Mauro Pagani, entro cui si muovono Angela Finocchiaro e i sette danzatori-acrobati guidati dal coreografo Hervé Koubi, sono i pilastri che sorreggono l’originale impianto narrativo dello spettacolo prodotto da Agidi. 
Tutto l’impianto teatrale, a contenere il quale contribuiscono significativamente le scene multimediali di Giacomo Andrico, è comunque sostenuto dalla presenza scenica della Finocchiaro, energica, comunicativa, irreprensibile. Confrontarsi con il mito di Teseo e addentrarsi nel labirinto per sconfiggere il Minotauro è una maniera inusuale, surreale per certi versi, di scavare in noi stessi, dissotterrando paure, affrontando quei mostri che albergano nella nostra anima. Il filo di Arianna diventa dunque metafora di tutti gli espedienti ai quali quotidianamente ricorriamo per non perderci. 
Angela Finocchiaro compie il suo itinerario mentale partendo dall’infanzia. Il senso del peccato appreso all’istituto delle orsoline, quello della procrastinazione del godimento in casa, ove la nonna le prospettava la bellezza del regno dei cieli e la madre una morte sempre dietro l’angolo e in virtù della quale cogliere affannosamente l’attimo. Tutti siamo del resto il frutto delle strampalate, quantunque genuine, Weltanschauung dei nostri avi. E nell’istante in cui ci riproponiamo di spazzarle via al cospetto dei nostri figli siamo eccellentemente capaci di trasmettere nuove paure. 
Internet a fulminarle la testa, il cellulare come dipendenza, la geolocalizzazione di sé che passa per i questionari esistenziali e spirituali, fanno di Angela Finocchiaro un’eroina del postmoderno. Mentre i mostri si divertono alle sue spalle, i figli crescono e il suo corpo invecchia. Il mito di Teseo è funzionale al recupero di tutto un bagaglio esperenziale per mezzo del quale recuperare l’autostima perduta. Le donne, a una certa età, hanno paura del rifiuto e parimenti del non rifiuto di uomini che se le degnassero di attenzioni di fatto non vorrebbero “visitare Pompei”. La vita è a basso voltaggio e la rassegnazione sembra essere l’unico rimedio alla disperazione. Eppure dal labirinto occorre uscire da eroi, anche a costo di inscenare un finto combattimento col Minotauro e un’altrettanto bugiarda uscita trionfale. 
Lo spettacolo, che contiene molta vita e poco eroismo nel viverla, sussurra l’amarezza senza mai declamarla. L’ironia è il potente mezzo, cui il teatro dimostra di poter schiudere le proprie porte, per resistere. A dispetto del capitalismo, delle multinazionali, di chi ti recapita carte sconti al solo fine di incentivare il consumismo. A dispetto della voglia di diventare un tutt’uno con le pietre dell’asfalto, volgere gli occhi al cielo e non guardare a terra, e non guardarsi. Resistere fino al punto di liberare i mostri e insieme a loro danzare sul palcoscenico della vita, immortalata dai flash, applaudita, per una volta o per un’ultima volta “figa”. 

(da Infomessina.it)

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