I MIEI OCCHI CAMBIERANNO

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Tavolo e sedia bianchi attorno ai quali ruotano il dolore, lo sconforto, la rabbia, la paura. Ché la realtà a teatro può essere amplificata all’infinito. 
Nervi che sono corde di violino, dentro a un corpo che senza alcuna ragione ha deciso di ospitare il male. 
Non ci si rassegna a quarant’anni alla malattia, men che meno alla morte. Si può tuttavia scriverne, per virare verso una sottile e ferina ironia in grado di esorcizzarle. E dal diario “Certo che mi arrabbio” di Celeste Brancato, l’attrice e scrittrice messine scomparsa nel 2009, Giampiero Cicciò e Giusi Venuti hanno concepito quella drammaturgia forte sulla quale poi è stato costruito lo spettacolo “I miei occhi cambieranno”, che chiude la prima parte della stagione “Aria nuova in Me”, siglata dall’Associazione Culturale ARB. 
È Federica De Cola a vestire i panni di Celeste, bianchi come bianco è tutto quanto la circonda. Perché bianco è il grado zero della vita, bianca la pagina con una progettualità tutta ancora da annotare, bianca la luce ora che il buio si appresta a raffreddarla definitivamente. Un corpo esile che si raggomitola o si perde nelle acrobazie, nel disperato tentativo di distrarre la mente dal calvario.
Un mandarino, uno stupido mandarino al seno sulla natura del quale occorre darsi una spiegazione. Sarà quello il frutto di tutte quante le parole non dette, la rabbia accumulata, le emozioni negative covate? E di chi è la colpa? 
Tutto comincia all’accettazione. Tutto si compie dopo il numerino preso, come dal macellaio. Tutto ti si scaraventa addosso: dalle TV sempre accese nelle stanze di ospedale alla prima ferita, all’attesa, alla dieta del fantino, all’ultima scintigrafia. E in mezzo, a zigzagare tra le cose da fare come quel topo che gira attorno nei sogni, i pensieri. 
Ci si domanda dove si sia nascosto il coraggio. Si comprende quanto non sia necessario trovare, ma cercare. Si possiedono occhi che sono pagine bianche e che reclamano segni e vita. Mentre cambiano noi cambiamo. Per sempre. Dentro a un vortice in cui non crediamo più a niente e coltiviamo dubbi, paure. 
Niente parrucca, niente specchi. Per raccontarsi una volta ancora che è tutto finito, che basterà una pilloletta per cinque anni. Ma il mostro è lì. Il mostro era lì quando Celeste urlava il suo amore per la vita e la rabbia via via che questa le sfuggiva crudelmente di mano. 
Dentro l’universo fisico e visivo abilmente creato dalla vivida e convincente regia di Giampiero Cicciò si è mossa Federica De Cola, chiamata continuamene alla sfida di superare i propri limiti fisici e psicologici, tra l’identificazione e lo straniamento giustificati dalla drammaturgia, per mettere in gioco spirito e carne. La totale adesione al personaggio non ha dunque lasciato scampo all’attrice, che incassava un pugno allo stomaco dopo l’altro nel compiersi del più assurdo misfatto. 
Nulla che non fosse intuibile, nulla che non mettesse paura al solo industriarsi dell’immaginazione. Ma “la vita nel teatro è più visibile”, scriveva Peter Brook. E gli occhi cambiano anche solo a guardarla. 

(da Tgme.it)

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