Giusi Arimatea

TEATRO

IL MALATO IMMAGINARIO

Nel chiuso dei salotti, dietro l’illusoria levità elargita dalle quotidiane circostanze, Molière acquerellava i disagi del suo tempo. Subìte chiaramente le influenze della commedia dell’arte, il suo teatro era un nugolo di miserie scampate alla tragedia per effetto dell’articolato congegno della comicità. L’uomo ha del resto bisogno di assistere allo spettacolo delle sue miserie e riderne.
Come ne ha riso, durante la pomeridiana al Vittorio Emanuele di Messina, un pubblico stranamente numeroso. Il comparto dello spettacolo dal vivo e il cinema subiscono ancora oggi gli strascichi della pandemia. È pertanto una felice eccezione che a teatro domenica siano rimaste pochissime poltrone vuote.
“Il malato immaginario” di Molière, nell’adattamento e con la regia di Guglielmo Ferro, ha evidentemente goduto della fama del comico Emilio Solfrizzi per stuzzicare lo spettatore. Poi – quel che più conta – è riuscito appieno nell’intento di divertirlo. Senza sotterfugi, senza essere mai banale, senza sottrarsi alla lezione del commediografo di Parigi, piuttosto rintracciandone le chiavi per una lettura atemporale della realtà.
Argante riproduce fedelmente la cagionevolezza della natura umana. Una cagionevolezza mentale che trova nella malattia immaginaria il perfetto escamotage per ricusare la vita, di cui si ha terrore.
Senza alcuna sottrazione di teatralità, Solfrizzi veste abilmente i panni d’un personaggio straziato e spassoso al contempo. Certo la lacerazione interiore va stanata nelle singole battute, freudianamente persino nei cortocircuiti del linguaggio, nell’assurdo e nei paradossi che vi prosperano. Ma il dramma più credibile, ancorché insaccato nella commedia, sa comunque affacciarsi sulla realtà.
L’ambiente dentro cui si relazionano i personaggi usufruisce tanto delle strutture fisiche, nella fattispecie la torre di Babele farmaceutica di Argante, quanto delle luci che ne delimitano drammaturgicamente i confini. La scena, lignea e multifunzionale, concepita da Fabiana Di Marco rappresenta il giusto compromesso per un teatro che non trascura l’arredo eppure tiene in somma considerazione la centralità dei personaggi rispetto allo spazio.
E nell’impianto scenico globale ben si distingue – e si apprezza – la regia di Guglielmo Ferro. Il ritmo dello spettacolo è incalzante e mai si sfiora la noia. La partitura verbale, quantunque opulenta, è regolata da Ferro, assecondata da tutti gli attori e declinata nelle tinte sgargianti che si ascrivono a ciascuno. Lisa Galantini (applauditissima serva Tonina), Antonella Piccolo, Sergio Basile, Mariachiara Di Mitri, Cristiano Dessì, Pietro Casella nei panni del goffo e orripilante Tommasino Diaforetico, Cecilia D’Amico e Rosario Coppolino costituiscono il cast affiatato capitanato dal comico barese.
Dentro ai costumi vivaci di Santuzza Calì, contrappunto al candore nosocomiale di Argante, i personaggi diventano quelle intriganti caricature di sé stessi che sono gli esseri umani. Così che il guizzo di qualcuno, nello sconquasso generale, destini al malato immaginario quel po’ di assennatezza utile al districarsi della matassa, alla giusta collocazione degli affetti, alla priorità da assegnare per una volta a qualcosa che non sia il proprio stato di salute: un lampo appena. Prima di ricascare nella quotidiana assurdità.
I finti dotti, medici e sapienti che sfilano innanzi a un Argante come affatturato al loro cospetto richiamano scenari attualissimi. Il loro unico dovere è seguire quella prassi che in tempi più recenti di quelli in cui visse Molière si suole chiamare protocollo. Infarciscono le frasi coi termini presi in prestito dalle lingue morte e forniscono rimedi talora più dannosi della malattia stessa. Dalla bocca dell’avveduto fratello Beraldo: “la maggior parte degli uomini non muore per le malattie, ma muore per i rimedi”. Il dramma, quello vero, è che nessuno in questa realtà sta bene. E in un malessere collettivo senza tempo che a ogni piè sospinto diventa psicosi “a essere immaginaria è la salute”.
Così Argante resta solo, a declamare le sue raffazzonate conoscenze. Nessuno può più replicare, ora che ai personaggi subentrano ben più arrendevoli marionette. Un attimo di distrazione, poi un nuovo malore per cui chiamare la serva, per cui chiedere aiuto con una campanella, metafora dell’esistenza beffeggiatrice, che non suona.

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