JUCATÙRE

I-Giocatori

Quattro amici, quattro anime perennemente in pena, quattro non vite a programmare e di continuo procrastinare una partita a carte che non giocheranno mai. Sono questi i “Jucatùre” portati in scena al Teatro Vittorio Emanuele di Messina da Enrico Ianniello, regista e traduttore dell’omonima commedia di Pau Mirò. Una lettura drammatizzata, come si confà a chi sceglie di affondare i piedi nel reale, e la felice trasposizione in un napoletano che brontola ironia. E vita. 
Personaggi che hanno smesso di cercare, che neppure provano a essere felici e che s’accontentano di quella compagnia utile ad ammazzare il tempo. Non si scorgono passati, i sogni non si rammentano. Attorno a un tavolo apparecchiato ci si concede, al massimo, qualche ricordo da buttare via, tanto fa male, e un buon numero di caffè.
La scatola nera di quattro esistenze contiene poco o nulla. E gli uomini risultano finanche rassegnati al vuoto che li accompagna. All’orizzonte una partita, impronosticabile come la reazione di un anziano professore che picchia lo studente, come la gelosia di un becchino nei confronti d’una prostituta, come l’amore della moglie del barbiere, come la parte all’attore che ha vuoti di memoria. Una partita che strappa entusiasmo a chi la programma e non osa consumarla, per non spezzare l’incanto. 
Ché i quattro non hanno capito granché di questa vita, e letteralmente tirano a campare, ma sanno bene quanto costi quell’istante di vitalismo che consuma. E quanto assodato sia il vuoto poi, impresso nelle facce degli attori in scena come fosse reale. Camuffato dal contegno che ancora tiene e da quell’ironia che spinge la disperazione un metro più in là. 
Uno scenario decadente, di finzione e rassegnazione, di dignità e scacco esistenziale. Una stanza che potrebbe ben essere quella di ciascuno di noi, assurdamente deputata al gioco cui l’esistenza condanna. Nessuna brezza di felicità all’orizzonte, solo il fallimento a condizionare le mosse di uomini senza più età, senza nome, senza soldi, senza amore. Intanto che il sottile equilibrio tra riso e disperazione regge magistralmente l’impalcatura raffazzonata del vivere.

(da Infomessina.it)

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