Giusi Arimatea

TEATRO

ORAPRONOBIS

In un’atmosfera onirica che si separa dal tempo, reclamando assoluto, e confeziona per sé il proprio vuoto spaziale, ornandosi appena d’un fantoccio in abiti da alto prelato e una croce abitata, si compie il dramma di un’anima a lutto presa a calci dal destino e degna d’assurgere a paradigma di tutta quanta la popolare sofferenza conseguita al sacrificio supremo del Cristo.
Non v’è parvenza di mondo, lì tra gli elementi stantii e laceri che fanno capo alla disperazione d’uno solo, eppure nella miserabile preghiera del martire sa addensarsi il lamento dell’umanità cui assistono, muti, Chiesa, Stato, società. In “Orapronobis” è una corale litania che, da lontano, innesta la supplica a Sua Eccellenza Santissima del pover’uomo fiaccato dall’esistenza e trasfigurato dal dolore.
Sono i temi cari a Rino Marino che, nella doppia veste di drammaturgo e regista, li parafrasa per il teatro con quel lirismo e quella competenza specialistica che dimorano in tutta la sua drammaturgia: il disagio e la marginalità. Occorreva assorbirli, a partire dall’epidermide fin alle viscere del personaggio, per rendere grazia a quell’essere fragile e solo che è l’uomo nel tempo immobile del dissenno, nel luogo ove l’infinito è un orizzonte negato e il presente l’ennesima colpa da espiare. E a far ciò è uno straordinario Fabrizio Ferracane, che addirittura assume le posture fisiche e verbali di tutti i martiri della terra, pur sempre eroi in quella ostinazione al vivere che la scrittura di Marino bisbiglia.
Generosamente Ferracane incarna il disagio, sociale e psichico, del personaggio. Elude, con quell’abilità che solo i veri attori possiedono, il rischio dello scadimento in pateticità cui talora si corre muovendosi dentro i ranghi statutari dell’artificio. Il suo corpo vibra piuttosto di quella sofferenza per la quale non v’è ristoro nel quotidiano, nelle cose; e la memoria è un bisturi che disseziona l’anima. Da qui l’assurda sete d’infinito che si spegne nell’ultima supplica a Sua Eccellenza Santissima “p’un pugnu di dispirati, chi aspettanu senza ciatu chi la terra si l’agghiutti”. Quasi non rimane fiato per la preghiera. Pesca altrove dunque lo sdegno dinanzi alla sordità. E pesca certamente nei bocconi amari ingoiati, nella fede ereditata e mai dibattuta, nell’innocenza
dell’abbaglio, nell’umile accettazione della disgrazia che “veni accussì, senza chi s’aspetta, comu ‘na ddraunara, e ti japri la terra sutta li peri”. Da tutto questo, in un climax ascendente di rabbia, mentre le parole inseguono nelle similitudini i correlativi oggettivi dell’anima, schizza fuori dalla bocca la violenta invettiva al potere ecclesiastico, empio e corrotto, su cui cala il buio e cambia la scena.
Voci di bambini recitano una filastrocca. Il disgraziato si desta dal sonno e tuttavia spalanca le porte a nuove visioni. S’entra allora nel vivo d’una esistenza falcidiata dalla disgrazia che obliquamente chiarisce solitudine, pessimismo, frustrazione. Le strade impervie del destino rimangono un mistero, ma cacciano via un po’ di fede e il cristiano sentimento di rassegnazione.
Non ha colpa il fratello Mumminu, “ch’avìa un ciriveddu nicu nicu”, non ha colpa l’uomo sputato sulla terra e dalla terra inghiottito, ogni giorno, al semplice e irreparabile rintocco delle proprie ore. Il teatro di Rino Marino diventa allora cassa di risonanza del nichilismo rinunciatario e parimenti distruttivo in cui si rifugia il più misero essere sulla terra. Ci si dimena come insetti, tra gli insetti, ai margini di una società che estromette i poveri Cristi per i quali non v’è alcun vuoto da schivare, tanto si è aperta sotto ai loro piedi la voragine della sventura. Del senso del peccato ci si libera in assoluta libertà, quando ci si stanca di implorare l’assoluzione agli immorali. Del rancore verso quel magma indefinito che è la realtà mai. E lì tracima la follia.
In “Orapronobis”, andato ieri in scena al Museo di Messina nell’ambito della rassegna organizzata dal teatro Dei 3 Mestieri, il cielo plumbeo sotto al quale si affaccendano le anime di Rino Marino pare si abbassi ancora di qualche metro. E, nella musicalità d’un siciliano arcaico e oltremodo allusivo, il dramma adombra ogni cosa, concepisce solo oscurità. Un lutto infinito si direbbe la vita. Ciascuno col proprio bottone nero sul petto e con la propria fascia nera al braccio.
La morte è lì, è dovunque. Ed è un bambino che gioca a nascondino con te. “Du’ occhi funnuti chi ti scuvanu dunn’è gghiè” e quando ti vedono finisce la festa. Tanto vale, fino ad allora, anelare una volta di più l’infinito, in un sogno, in un segno, e “sutta un celu addumatu di cicali” che si spegne nel soliloquio sacro e implorante di un peccatore qualunque.

(da Infomessina.it)

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