SIC TRANSIT GLORIA MUNDI

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Un viaggio all’interno della Chiesa cattolica a scavare tra le contraddizioni, le assurdità, i pregiudizi sui quali, nei secoli, è stata edificata quella struttura capace oggi di accogliere il maggior numero di fedeli a livello mondiale. 
Ebbene le pari opportunità lì non sembrano essere contemplate. Tutti miseri nel ruolo che ricoprono, al cospetto dell’unico Dio, e tutti rigorosamente maschi.
Prende le mosse da questa riflessione “Sic transit gloria mundi”, in scena al Clan Off, con grande soddisfazione di Giovanni Maria Currò e Mauro Failla, ai quali si riconosce il merito di aver intercettato, grazie anche alla collaborazione con la rete siciliana di drammaturgia contemporanea Latitudini, il prezioso e pluripremiato spettacolo della compagnia veronese Ippogrifo. 
Un serrato monologo imbastito sulla scrupolosa ricerca storica, quella che si cura degli scenari di più ampio orizzonte ma che, al contempo, non trascura i dettagli atti a restituirne le impercettibili sfumature.
Alberto Rizzi ha affidato a Chiara Mascalzoni una drammaturgia asciutta, scrupolosa e arguta, la giusta mistura per trattare argomenti spinosi senza cadere nella trappola dell’invettiva o, peggio, nella più banale amenità da palcoscenico. 
La ricostruzione di Rizzi si fregia piuttosto di una scrittura sì esuberante, ma allo stesso tempo signorile e argutamente mordace. Chiara Mascalzoni ha il merito di averla trasferita sulla scena con il corpo tutto, nel pieno rispetto del ritmo e nella grazia dei movimenti che le si riconosce. 
Preludio della storia, il graffiante excusus sui peccati commessi da molti Papi, a riprova di come la colpa, nelle sue molteplici varianti, appartenga a tutto il genere umano, e non precluda l’accesso alle più alte cariche ecclesiastiche. Chi si macchiò di avarizia, chi di lussuria, chi, come Pio XII, volse l’ignavo sguardo altrove al tempo dell’Olocausto, chi commise il reato d’omicidio, chi essenzialmente attese all’ufficio di Romano Pontefice con la coscienza sporca d’un peccatore qualunque. 
La fumata bianca e via al nuovo corso della storia della Chiesa cattolica. E dalla rinascimentale loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro il volto del Papa appena eletto nel conclave. 
Fatta eccezione per l’unico caso, con buona probabilità leggendario, della Papessa Giovanna, sorpresa nell’atto di partorire durante una processione, dal celebre luogo dell’Habemus Papam mai si affacciò una donna. 
A lei è del resto precluso il sacerdozio, in virtù di quel rango inferiore cui l’ascrive la tradizione, destinandola semmai, ove una tenue vocazione la investisse, ai conventi delle “scalze e callose” carmelitane. 
Per San Tommaso d’Aquino la donna non era all’altezza del compito. E non lo era per Plinio il Vecchio, gli studi del quale le assegnavano una più angusta dentatura, inferiorità per traslato nell’universo popolato da due generi. Vi si aggiungano le riflessioni biologiche di Aristotele, quelle cosmologiche di Pitagora. Per Sant’Agostino la donna era deputata al parto e, oltre a ciò, all’ubbidienza al marito. Una specie di serva in quell’immaginario religioso che trova d’accordo Pio XII, Paolo VI e molti altri servitori di Cristo. 
All’ultima cena non vi presero parte donne e a esse fu semmai riconosciuto il compito di diffondere la notizia della resurrezione di Gesù in virtù della manifesta inclinazione al pettegolezzo. 
“Sic transit gloria mundi” non si sottrae alla tentazione di mettere tuttavia in scena quel futuro possibile che assegni alla donna un ruolo di pari dignità rispetto a quello dell’uomo. 
Allora, dopo la regolare investitura, sarà la Papessa Elisabetta I, nata Clara Escobar, a rivolgersi ai fedeli. 
Cuori leggeri nel conclave, nulla che desti scalpore. Ché tutto è destinato a passare. Così i Papi così le discriminazioni di genere. 
Un discorso sull’amore, il suo, fintamente convenzionale e retorico, prima che cali il sipario su quel sincero e gradevolissimo spettacolo che la regia di Alberto Rizzi ha splendidamente orchestrato, nel pieno rispetto della pregiata drammaturgia e della personalissima cifra stilistica ed espressiva di un’attrice padrona dello spazio e di ogni oggetto presente al punto di contorcervisi, deformando la realtà o restituendola, e restituendosi, nuda e cruda al teatro. 

(da Infomessina.it)

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