UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

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Dal dramma di Tennessee Williams del 1947 al film diretto da Elia Kazan con Vivien Leigh e Marlon Brando nel 1951, quindi al teatro di Luchino Visconti, a quello di Elio De Capitani, Lorenzo Salveti, Antonio Latella e Cristián Plana, fino allo spettacolo “Un tram che si chiama Desiderio” con la regia di Pier Luigi Pizzi, produzione Gitiesse Artisti Riuniti.
Prometteva più che bene l’opera teatrale vincitrice del Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1948 nelle mani del grande maestro Pizzi. Eppure lo spettacolo, a dispetto delle premesse e della fedele messa in scena, ha parzialmente deluso le aspettative. La notoria creatività del regista, scenografo e costumista milanese ha stavolta lasciato il posto a una lettura così composta dell’opera da risultare alquanto incolore.
In un’atmosfera che poco riportava alla trasandatezza della dimora di Stella (Giorgia Salari) e Stanley Kowalsky (Daniele Pecci), ridotta nella scenografia di Pizzi al fievole e faticoso grigio del mobilio, è letteralmente scivolato via senza colpo ferire quel dramma che, nelle intenzioni dell’autore trasposte con adeguato vigore al cinema, svigoriva il sogno americano e scompigliava le carte della società. Tennessee Williams, nella cornice d’una New Orleans anni Quaranta, sgretolava insomma tutta quanta l’ipocrisia d’un mondo maschilista gremito di famiglie fintamente felici, di omosessualità taciuta, di sesso, alcolismo, disagio mentale. E una materia così incandescente occorreva arrivasse allo spettatore come un pugno allo stomaco, come qualcosa che fosse sì collocabile in uno spazio e un tempo definiti, ma pure estensibile a quel presente infinito cui guardano i classici.
Lo spettacolo di Pizzi ha invece abdicato alla potenza del dramma in nome di una sfibrante e sofisticata teatralità di vecchia data. Mariangela D’Abbraccio, nei panni di una altrettanto sfibrata Blanche DuBois, ha talmente sovraccaricato di espressività il personaggio da risultare innaturale. Una gestualità quasi melodrammatica, una passionalità così esasperata da diventare maniera.
Non si intende qui ridimensionare la caratura attoriale del cast né quella generosità sul palcoscenico riconosciuta e premiata dal pubblico alla fine dello spettacolo, quanto piuttosto sollevare alcune perplessità sulle scelte registiche che hanno trattenuto un dramma che implorava di straripare.
I contrasti tra i personaggi, persino quelli più violenti, ingrigivano come a diventare tutt’uno con l’arredamento. L’innaturalezza dei gesti, delle parole scortava quella contraffatta gestione degli spazi che rendeva insoliti i movimenti dei protagonisti.
Di gran pregio le musiche di Matteo D’Amico e il disegno luci di Luigi Ascione a delimitare gli spazi e ad assolvere egregiamente un compito drammaturgico complicato.
Di contro, troppe sigarette accese e mai fumate, troppi cambi di t-shirt per uno Stanley ben più credibile di Blanche, eppure incomprensibilmente frenato quando si trattava d’alzare l’asticella dell’animalità.
Persino qualche incursione sul gradito terreno della satira ha finito col perdersi in un magma indefinito e per certi versi inafferrabile, ove molto della tradizione teatrale italiana forzatamente confluiva, ma non apriva grandi varchi emotivi.
Una rappresentazione della realtà di 150 minuti questo tram chiamato Desiderio di Pizzi. E dire che c’erano tutte le premesse affinché sulla medesima realtà si potesse opportunamente riflettere. Peccato.

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