VETRI ROTTI

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Dal dramma “Vetri rotti” di Arthur Miller, l’omonima pièce diretta da Armando Pugliese ha rappresentato con garbo e inusitato stile tutto un mondo che, sotto i primi colpi infertigli dall’orrore dell’Olocausto, andava moralmente in frantumi. Oltre i confini della Germania, oltre quelli delle nazioni conniventi, oltre i campi di concentramento che di lì a poco avrebbero insudiciato la storia dei popoli, oltre l’oceano che amplificava le distanze. Ché certe mostruosità non conoscono i limiti spaziali e temporali, rotolando sulla terra e circumnavigandola all’infinito, in virtù di quella memoria storica senza la quale saremmo tutti mendacemente innocenti.
E innocente non si sentiva sin da allora Sylvia Gellburg, alla quale la notte dei cristalli della Germania nazista aveva sfondato la porta di casa a Brooklyn, per poi depositarsi in quell’anfratto della mente che ne somatizzava l’orrorifica portata. Sylvia, dopo la Kristallnacht, non aveva più camminato. La paralisi degli arti inferiori era quel condizionamento mentale inconscio che il medico Herry Hyman si sforzava di spiegare a Phillip, il marito, cui la lettura psicosomatica del disturbo però non convinceva. Tutti ebrei. E tutti fisicamente lontani dall’antisemitismo. Quello ufficiale almeno. Giacché dovunque essere ebrei significava svolgere un’occupazione a tempo pieno, quando non si arrivava al punto di rinnegare sé stessi e diventare nazisti nella testa, come di fatto era accaduto a Phillip, condizionato mentalmente anch’egli in quegli abiti scuri che, a sua insaputa, ne spifferavano le origini. Andavano allora in frantumi, insieme alle vetrine dei negozi degli ebrei, tutte le deboli certezze racchiuse in un asfittico microcosmo familiare che, a volerne scandagliare i fondali, per nulla si prestava alla felicità.
La prima a ribellarsi, col corpo e con la mente, è Sylvia. Lei che per trent’anni aveva attraversato la vita in punta di piedi e, dopo le notizie da Berlino, non riesciva più a fingere. Lei che di Phillip non sapeva più che farsene. Lei che aveva occhi capaci di leggere il presente e sensi in grado di vaticinare il futuro. Lei che evidentemente possedeva ancora un cuore così bianco da paralizzarsi innanzi alla realtà.Il marito non poteva comprenderla. Di quanto accaduto alla moglie aveva solo registrato le conseguenze nell’economia del suo vivere quotidiano: un pasto, la spesa. Un uomo privo di empatia e incapace di sentire il dolore altrui.
Il medico doveva non solo improvvisarsi specialista ma pure districarsi in quell’angusto ménage familiare dove continuamente si mentiva, per contraffare le miserie che negli anni vi si erano abbarbicate. Per nascondere quel po’ di mediocrità che giovava a sopravvivere.
Il dramma della donna assurge quindi a metafora del dramma cosmico, al quale tuttavia ciascuno contribuisce. La freudiana strutturale triade di Es, Io e Super Io trasposta in chiave universale.
Mentre frustrazioni e inquietudini sfuggivano al controllo di quegli stessi individui che per anni le avevano brillantemente mascherate. Al margine, il magnetismo tra Sylvia e il dottor Hyman, che più di una passione soffocata aveva il sapore d’una ribellione all’ordine precostituito.
Essenziale ma risolutiva nella scelta di dar lustro alle anime più che alle cose, la scenografia di Andrea Taddei. Molto legno, la città illuminata da scorgere e un letto che faceva il suo ingresso trionfale e che poi non assolveva alle proprie funzioni di talamo nuziale.
Preziose le sonorità jazz del maestro Stefano Mainetti. Straripanti Elena Sofia Ricci nel ruolo di Sylvia, Gianmarco Tognazzi in quello del medico e Maurizio Donadoni in quello del marito, cui si aggiungevano gli altrettanto esperti Elisabetta Arosio, Alessandro Cremona e Serena Amalia Mazzone a costituire un cast d’eccellenza.
Impeccabile la regia di Pugliese, al quale va senz’altro il merito di aver saputo spargere sulla scena, e senza fretta nelle oltre due ore di spettacolo, le infinite sfaccettature dell’animo umano.
Quasi al capolinea, la stagione di prosa del teatro Vittorio Emanuele 2017/2018 pare abbia soddisfatto il pubblico, cavalcando le onde della tradizione, della modernità, dei grandi nomi e di quelli meno grandi a teatro ma ben noti sulla scena televisiva.
“Vetri rotti”, in replica oggi e domani, è in sintesi quella delicata riflessione sugli umani conflitti che quando, come in questo caso, è sorretta dall’eleganza della forma, mette generalmente d’accordo pubblico e critica. Vi si aggiunga che la drammaturgia di Miller ben si presta a quell’ardimentoso e magico processo per mezzo del quale il teatro attualizza le avventure esistenziali d’ogni epoca.

(da Tgme.it)

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