NIÑO

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Appena una sedia azzurra sulla scena spoglia del Clan off di via Trento, dinanzi alla quale sfilavano uno a uno i numerosi spettatori prima di prender posto in quel luogo accogliente e familiare che trasuda tutta quanta la passione e la cura di Giovanni Maria Currò e Mauro Failla.
In scena “Nin᷉o”, del regista, drammaturgo, attore, scrittore e scenografo messinese Tino Caspanello. Un testo scritto e presentato in francese sotto forma di studio a Grenoble, durante il festival Regards Croisés del 2011. A recitarlo, unica presenza sulla scena, Cinzia Muscolino nei panni di una giovane e ingenua donna nell’atto di narrare la sua storia personale, taciuta fino alla morte, per pudore e paura. Ed è un’interpretazione oltremodo convincente, nei modi solo all’apparenza scanzonati, negli sguardi trasognati, nelle pose infantili e miti di chi alla spensieratezza è stata bruscamente strappata.
Un borgo siciliano ove le abitazioni dei vicini e un giardino di limoni costituiscono l’intero universo dell’umile donna. Sono i primi anni Cinquanta e il secondo conflitto mondiale è terminato da poco. Imperversano gli stenti, la miseria più nera, la semplicità.
Votata all’educazione dei bambini che raccoglieva per strada, la fanciulla incontra per una sola volta quell’uomo, emigrato come tanti, destinato a cambiarle la vita.
Un matrimonio deciso a tavolino e celebrato per procura che parrebbe la fortuna, nell’accezione concreta d’un mondo modesto. Ad attenderla nientemeno che l’Argentina di cui già il pensiero ne riproduce le sembianze. Poche perplessità (“ci saranno i fiori di zagara in Argentina?“) e tanti sogni per una vita che s’attende sia come il ricamo: bella, pulita, ordinata.
Poi la verità, come un mostro, che subentra all’esistenza reale. Il lungo viaggio, le speranze, l’entusiasmo a infrangersi nel porto di Buenos Aires, dove qualcuno gioca un brutto tiro alla donna, compromettendone una vita intera e per sempre negandole la gioia di avere un nin᷈o, un bimbo.
Unico rifugio l’alienazione, che traspare dagli occhi a inficiare i sorrisi, i fiori dell’abito a tinte accese, il velo di poesia che s’impone la voce.
Traditore unico e solo il mondo mostruoso, al quale l’isolamento di un siciliano porge di fatto il fianco.
Ed è in appena cinquanta minuti che scorrono innanzi allo spettatore i fotogrammi di una vita come tante. Un percorso emozionale che alterna il delicato vociare dell’anima ai silenzi, l’illusione alla realtà, la lucidità alla più giustificata insania.
Resta sulla sedia un abito da sposa ricavato dalla stoffa d’un paracadute precipitato, presagio di disgrazia.
Ché il ricamo può essere perfetto, la vita mai.

(da Tgme.it)

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