PIAGATA. L’ULTIMO DEI MIRACOLI

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Fuori c’è un universo che pullula di parole e gesti intenzionalmente assennati. Dentro ci sono Lorenzo e Benedetta, presenze astratte alle quali compete il primo evento artificiale della stagione. Nulla era prima, nulla sarà dopo. Nessuna continuità con l’esterno, come da lezione beckettiana. 
In scena “Piagata. L’ultimo dei miracoli”, prodotto dalla Compagnia Dracma di Polistena. Un originale spunto di riflessione sulla vita e sul teatro, binomio di fatto imprescindibile al tempo della spettacolarizzazione senza regole di una società che mette in scena se stessa, anestetizzando il senso che il teatro è chiamato invece a ricreare.
Non stupisce così che Lorenzo, in abiti di scena, accolga il pubblico sulla soglia e Benedetta si aggiri nel foyer del teatro Primo di Villa San Giovanni servendo manine di pasta frolla macchiate di marmellata rossa. Lei che ha i palmi delle mani bagnati di sangue, per le stimmate. 
L’universo fisico e visivo costruito da Christian Maria Parisi, atto ad accogliere le parole imbastite da Domenico Loddo e Tiziana Calabrò, risponde pertanto alla logica di una teatralità esasperata che si nutra di scarti progressivi dalla realtà e intanto restituisca dignità al gioco, finanche riducendo l’azione al dinoccolato movimento di una marionetta. 
E gli attori, intrappolati nella maschera del quotidiano che affibbia all’uno stoltezza all’altra santità, sono o non sono marionette pure loro? I piani entro cui si muovono, ingegnosamente concepiti da Valentina Sofi, sono o non sono trappole per catturare la felicità possibile e consegnarla esanime, un istante dopo, all’epidemico scontento del vivere? I led profusamente diffusi, come da progetto luci di Guillermo Laurin coadiuvato da Luca Maria Michienzi, non dichiarano l’artificio esistenziale cui soggiace la più ingannevole invenzione, il libero arbitrio? 
Tutto ciò che si schiude innanzi agli occhi dello spettatore è insomma teatro. E il teatro, al netto della realtà e sovraccarico di artifici, sa comunque essere più vero della vita.
Benedetta e Lorenzo, interpretati rispettivamente da Silvana Luppino e Tino Calabrò, sono due anime strattonate dal destino. E nessun marionettista da additare o cui presentare il conto. 
A Benedetta si domandano piuttosto roboanti miracoli, a Lorenzo silenzi senza lacrime. Per entrambi gli autori hanno trovato parole in grado di denudarne le anime, poco a poco però, senza sopraffare il reciproco bisogno di comunicare una volta di più, per sopravvivere. Perché è sul terreno della parola che si gioca la partita della vita. Recitata o meno che sia. 
Quello che accade tra i due, cui abilmente concorrono gli attori ora varcando i confini dell’identificazione ora quelli dello straniamento, è anch’esso un gioco di finzione e realtà, di verità e bugie, di segreti che si sgretolano al tentativo disperato di condividere il dolore fisico e psichico che li distingue dalle marionette. 
Silvana Luppino e Tino Calabrò, all’interno dell’universo metaforico costruito dalla destrezza registica di Parisi, trasferiscono l’essenza di un’avventura umana che è metafora del destino. E lo fanno esaltando la potenza iconografica della parola attraverso gesti mai didascalici. Tutt’al più accentuando i tratti caricaturali dell’uomo alle spalle del quale pendono marionette che scalpitano all’idea, loro sì, di prender vita. Fertile il contatto tra i due, attoriale e conseguentemente umano. 
Le allusioni al sacro e l’istinto a profanarne i contenuti più abusati, declamati dalla folla fuori in strofe che echeggiano nell’aria durante tutto lo spettacolo, rientrano nel preciso intento di tracciare i perimetri dell’assurdo reale e lasciarvi trasudare il sangue del teatro. Di questo e di tutti i teatri del mondo, piagati come i palmi delle mani di Benedetta.
Non si sa mai se cavalcare l’onda del destino o restare avvinghiati alla sorte che abbiamo in testa. Non lo sappiamo noi, non lo sa Benedetta e non lo sa il teatro. Ché abdicare al sogno, scendendo a patti con la vita, è morte lenta, affettata rappresentazione del vivere. 
Conviene dunque aspettare. Come Vladimiro ed Estragone. Aspettare per sempre. In due. Indossando sì ciascuno la propria maschera, ma pur sempre aspettando la salvezza, o Godot. Persi, entrambi, nel sentiero che conduce fino a noi. O forse mai esistiti.

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