Giusi Arimatea

TEATRO

RUSINA

Rusina, quando appare, è sospesa, morta. Ottantatré anni e, si direbbe, non sentirli. Una valida ragione per ripercorrerli adoperando episodicamente l’ironia, quella semplicità che è trasparenza, ove inevitabile il dolore. Un’altalena di vicende eternate dalla memoria, nelle fessure delle quali il teatro si permette di infilare qualche sogno. Ché il “come sarebbe stato se” acconcia sempre un po’ l’esistenza e toglie sale all’acqua degli occhi.
Parlano le parole, ma parla anche lo spazio. Parlano i suoni, gli oggetti. Parlano corporeità, gestualità, sospensioni allusive. E le parole diventano immagini nella mente di chi le ascolta. Mentre la lingua arcaica e domestica di certa Calabria restituisce presenze e l’atto narrativo scolpisce un mondo privato in presa diretta, costruito e montato strada facendo, quasi fosse un racconto improvvisato sull’onda dei ricordi. 
Rossella Pugliese ha svelato un universo che le è appartenuto assegnandogli le forme, i colori, i suoni della realtà filtrata dal tempo e dall’anima, comunque drammaturgicamente funzionale. Carta vincente di una operazione complessa, della quale l’attrice, autrice, regista e scenografa si è di fatto assunta la totale responsabilità, risulta l’ingranaggio di parole dense, delle quali il dialetto potenzia le suggestioni, su una interessante e perfetta macchina al funzionamento della quale concorrono molteplici meccanismi. Esige particolare attenzione la struttura in legno, una piccola opera d’arte, ingegnosamente allestita per riprodurre l’intero universo di Rusina. Strategica per l’ottimizzazione degli spazi, del trasporto, e straordinaria per versatilità. Ché una vita si può pure inscatolare, purché l’anima sia disposta a spacchettarla e metterla in scena all’infinito. 
Nella forma nobile del monologo sostenuta dall’oltremodo radicale Carmelo Bene, Rossella Pugliese, al teatro Primo di Villa San Giovanni, ripercorre con lo spettacolo “Rusina” il tempo semplice di una storia d’amore tra nonna e nipote entro cui gli adulti di oggi possono ancora scorgere briciole del proprio passato. Il paesaggio che si intuisce facilmente è quello di un Sud chiassoso, smaccato, vivace e al contempo ferale. Un Sud che spalancava le persiane e urlava, che si mostrava integerrimo e poi si faceva corrompere dall’amore. Un Sud dove i maschi e le femmine non erano mischiati come adesso e i matrimoni quasi mai obbedivano ai sentimenti. Tant’è che Rusina ha voluto davvero bene a Giuvà, eppure non l’ha mai amato. Piuttosto coltivando sogni fuori dalla sua portata e apprendendo l’umana lascivia dei tempi nuovi durante le lezioni giornaliere della famiglia dissoluta per eccellenza: la famiglia Forrester. 
Rusina si giova del proprio patrimonio, quello che afferisce al repertorio del “fare”: portare un cesto sulla testa, porgere le proprie scuse, persino sedersi scompostamente; ché le pose domestiche, almeno quelle, devono prendersi tutte le libertà. E così facendo Rusina si immortala, insieme a un’epoca destinata a perirle appresso. Si immortala e guarda avanti, come quando acquista il corredo per quella nipote che, in climax ascendente, sarebbe auspicabile sposasse un medico, un avvocato, un notaio. Anche in quell’occasione, precisamente alla voce biancheria, si sorride d’una malizia d’altri tempi e del sesso chiamato in causa con estrose circonlocuzioni, in un quadro già dipinto coi colori delle luci di Nadia Baldi, che del rosso abusa in chiave passionale. 
E, come in ogni esistenza che duri considerevoli stagioni, nella vita di Rusina c’è spazio ahimè per il dolore. Lo spettatore più addestrato lo ha atteso con pazienza. È comunque arrivato a tutti con la forza che Rossella Pugliese, duttile attorialmente nell’adattarsi ai diversi registri stilistici, ha scelto di recapitare. Le si riconosce del resto quella misura grazie alla quale sono stati parimenti dribblati gli eccessi in chiave comica e drammatica. Un compito non facile, da dentro; dirigendosi senza potersi guardare. 
Riavvolto il nastro della vita di Rusina si approda a un finale tragico che è però l’inizio di tutto il bello di là da venire. E non perché il dolore sia destinato a passare. Il dolore va a nascondersi da qualche parte. Si tiene dentro, con dignità. Si custodisce gelosamente perché persino l’aria non lo inquini. È l’amore semmai a travasarsi, a cercare nuovi contenitori. Rusina ha travasato quell’amore, moltiplicato pure, nella nipote che portava il suo stesso nome. Una maniera semplice, la sua, di sopravvivere. Rosario in mano e pensieri indecorosi, come compete al genere umano quando è vero.

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