SE DICI EVA

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Mele rosse entrando al teatro Primo di Villa San Giovanni, quello con le poltroncine dello stesso colore delle mele. “Se dici Eva” a cosa pensi? E tu potevi scriverlo sui cartoncini accanto alle mele, imbucando la tua associazione di idee in una scatola.
Tutto preludeva insomma all’ingresso sul palcoscenico di Eva, una e molte donne insieme. Innocente e peccatrice, santa e martire, figlia e mai madre. “Puttana”, a furor di popolo. 
Dalla penna di Tiziana Bianca Calabrò, alla sua prima esperienza a teatro, la figura archetipica per antonomasia, la Prima Donna, l’origine di tutti i mali. Una Silvana Luppino in tubino e soprabito nero, meravigliosa Eva che porta a spasso il peso dei suoi ingovernabili ricci del colore delle mele.
Sul fondale la madre, tutt’attorno Eva stessa. Di gesso, di matita, di carta. Eva dalle mille materie. Eva tra quegli oggetti di carta cui il teatro, a differenza della vita, sottrae oppressiva gravezza. Eva nel mondo delle fiabe, e non essere la principessa. Eva una donna come tante. Capace di frantumarsi stando ferma. Eva che possiede occhi per vedere, ma non sa guardare dentro se stessa. 
Le tappe del suo lungo viaggio, scandite dalla voce narrante di Dimi De Delphes, sono stazioni di una via crucis al femminile. Attimi che si affastellano in quel bailamme di catastrofi che è la vita. Da Luca e da una scatoletta di velluto blu con i bordi dorati al ragazzo con la 127 verde, dal matrimonio come da copione alla taglia 48 che misura la frustrazione, dal principe azzurro all’amante senza scrupoli, da un senso di colpa alla tristezza, quella vera. E lo sguardo della madre sempre addosso, a non mollarla un istante, a “rinchiuderla in una storia già scritta”, con un nome. 
A Eva dà vita una interprete dalla grande forza scenica come Silvana Luppino, superbamente diretta peraltro da Christian Maria Parisi, cui certo non difettano originalità e talento nel congegnare uno spettacolo che si barcamena, come Eva, tra il tragico e il comico dell’esistenza. Il tutto incastonato nella scenografia di Valentina Sofi e nel disegno luci di Guillermo Laurin, votati entrambi a sposare la causa di Parisi: la lettura surreale e innocente del dramma di una peccatrice.
La struttura è circolare. Un oggetto torna, disseppellito dalle macerie di una vita intera, dalle cose andate, quelle perdute, quelle esiliate. Mentre i volti sbiadiscono. Mentre Eva non è più Eva allo specchio. E quell’immagine di donna riflessa non aspetta altro che indossare un abito nuovo, voltare le spalle alla tristezza, e ricominciare. 

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