DON’T CRY JOE

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Gioca esplicitamente sulla linea di confine tra verità e finzione, impone allo spettatore di cedere al puro e ingenuo piacere dell’abbandono, rendendolo tuttavia consapevole dell’artificialità della situazione teatrale. Non prende posizione sul mondo, ma sul teatro sì. Non lo emenda dai vizi, gli restituisce però quella antica artigianalità fatta di spazi, corpi, parole, silenzi. Vi coltiva attorno l’idea di una cultura diversa, più profonda, più umana. Doma la natura effimera e imprevedibile del teatro, e della scrittura. Quindi dà un ordine alle cose, nella rassegnazione di vederlo, a chiusura del sipario, trasgredire.
Fa tutto ciò, e molto altro, Tino Caspanello quando mette a frutto la sua levatura artistica in una contingenza scenica come quella attuale.
Il suo “Don’t cry Joe”, debutto nazionale al teatro Dei 3 Mestieri, è una dichiarazione d’amore per l’arte teatrale. Gli occhi, a distanza di anni dal tempo della scrittura, saranno meno disincantati. Ma quelli d’un tempo rivivono nello sguardo incontaminato di un personaggio, Angelo, che a teatro non v’è mai stato e che ciononostante dal teatro è letteralmente rapito. Un gioco infantile, per quest’essere innocente cui difettano le sovrastrutture mentali e grazie al quale, sulla scorta di pure esigenze intime della platea, cade quella quarta parete di sofisticazione cui la verità del teatro mal si adeguerebbe. 
Fuori l’esistenza, la più cruenta. Dentro, tra gli abiti di scena, il vortice delle passioni. L’essere, nudo e crudo, che nel teatro trova scampo. O semplicemente disseppellisce la vita.
Le note di Frank Sinatra aleggiano nell’aria, prima dell’ingresso sulla scena d’un senex di vita e d’un puer aeternus, malviventi entrambi. La consistenza del crimine appena compiuto si perde nella modalità di una prosa scanzonata. Ché tutto deve adeguatamente disporsi prima della vera mise en scène: quella dell’anima. 
All’ingenuità dell’archetipica figura di junghiana memoria, cui presta voce e corpo un ispirato Stefano Cutrupi, fa da contraltare la scaltrezza del lontano cugino Joe, del quale Tino Calabrò abilmente dosa ferocia e clemenza. 
Ma come fanno gli attori a morire?” dalla bocca dello stolto Angelo che, per sincerarsi della morte vera, deve piantare il suo coltello sul cadavere, è la locuzione che schiude il sipario sulle attuali contraddizioni del teatro. Ove la morte pare spazzare via tutto e tutti troppo in fretta. 
Le coloriture emotive sottese alla parola e ai gesti dei personaggi schiudono via via i mondi interiori di ciascuno di essi. Angelo e Joe sono in trappola. E sono in quella scatola magica dentro la quale, a guardare il vuoto, ci si deve persino immaginare lo spettacolo. 
Oltre quelle mura, un mondo tutto da apprendere per Angelo. E un mondo tutto da maledire per Joe. L’uno, a digiuno d’arte e di sesso. L’altro rimpinzato d’una brutalità che cela patimento.
Dentro, lo spettacolo vero. Più vero della vita. 
La donna cui lo spietato Joe aveva innalzato il simulacro dell’innocenza perduta è lì. Incastonata tra le pareti di quel teatro al quale aveva ella stessa sacrificato l’esistenza. Smaniosa di recitare finalmente la sua parte, ora che la ferocia di quel mondo finto le impone di lucidare i pavimenti che altri calpestano, ora che l’età è assurdamente menomazione, ora che il teatro in quattro e quattr’otto ti divora e poco dopo ti sputa via. Ora che finanche l’amore è un porto sicuro cui, sul limitare del tempo, approdare.
È Cinzia Muscolino a mettere a disposizione della scena le proprie straordinarie abilità tecniche e la propria intimità. Ché sull’attrice che interpreta grava il compito di riconciliare arte e vita.
E quando cinematograficamente si perpetra il delitto vero, con tanto di sparo a precedere il silenzio, a teatro restano gli occhi incantati, e magnetici, di Angelo. Unico a domandarsi dove finisca il teatro e dove cominci la vita.

(da Infomessina.it)

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