Giusi Arimatea

TEATRO

IL NATALE DI HARRY

“La solitudine è come una malattia, come una specie di tanfo. Ne mandi una folata e la gente scappa”. 

Steven Berkoff

E la solitudine indossa per l’occasione pigiama e vestaglia a quadri. Si muove convulsamente nel perimetro di quel domicilio claustrofobico che sa essere una casa a pochi giorni dal Natale. Declina il proprio palinsesto di disarticolata mestizia e, nelle ore vacue di una vigilia cominciata troppo presto, apparecchia la tavola alla perniciosa débâcle emotiva di un uomo solo. 
“Il Natale di Harry” è frutto della scrittura, per nulla lenitiva, dell’attore, regista, drammaturgo inglese Steven Berkoff. Un filo sottile si è però fatto beffa delle distanze e ha messo in relazione l’universo british di Berkoff e quello di Nicola Alberto Orofino, affermato regista e attore catanese con un’idea del teatro personalissima, originale, talora visionaria, tutte le volte magnetica. La scrittura annulla del resto le distanze e – sono certa concorderebbe Berkoff – al povero Harry sono stati prestati la voce e il corpo migliori perché debordasse tutto quanto il delirio della solitudine più loquace. 
Fuori dagli sguardi aguzzi della società, nel focolare domestico del suo isolamento, Harry Glebe ha un albero di Natale e pochi biglietti d’auguri da appendervi. Riciclare quelli degli anni passati risolve sì l’urgenza imminente di una decorazione dignitosa, ma spalanca le porte alla contabilità degli affetti. Quarant’anni, single, Harry rimane imprigionato nelle maglie di un’esistenza sbilenca. Da una parte il desiderio di sovvertirla, dall’altra quella di lasciarla fluire. E, nell’affastellarsi di modeste speranze e mastodontiche paure, Harry prova a tenersi per mano. Un paio di tentativi falliti per dribblare la solitudine a Natale e tristemente si eclissa il miraggio di una possibile salvezza. 
La scissione dell’io, che a teatro si serve della seducente voce fuori campo di Francesco Bernava, restituisce l’identità intima di un personaggio cui Orofino ha inteso consegnare la suprema verità del vivere, sapientemente coniugando naturalezza, tecniche di modulazione, vibrazioni emozionali e perfetta gestione della corporeità. Il risultato è stupefacente. Tant’è che Harry deborda copiosamente, si frammenta , si mette a nudo e non si riconoscere. Urla, piange e ride sul limitare dell’isteria. Si maledice, risorge, si sporge oltre la coerenza. Prova a rattopparsi, a questuare un improbabile riscatto. Persino stupendosi, mentre nel fondo delle sue pupille si spegne la speranza, del patetico entusiasmo che accende per una volta ancora la fantasia.
La regia dello stesso Orofino, coadiuvato da Gabriella Caltabiano, traduce senza mezze misure il delirio in crescendo di Harry. È la scansione perfetta del dolore di un uomo che dialoga con la propria coscienza. Quella tenerezza, quella compassione, quella pietas che investono lo spettatore sono il frutto sì di una grande prova attoriale, ma pure della maestria registica attraverso la quale si seminano germogli di mestizia sul terreno apparentemente ilare della solitudine domestica e poi si raccolgono, in un momento, i frutti maturi di una sconquassante e universale disperazione. 
La scena allestita da Vincenzo La Mendola ricalca esattamente il gusto neutro, per certi versi démodé, del personaggio. Ché si può nascere già vecchi, ché si può restare per sempre bambini, ché dentro la scenografia sbagliata del vivere l’individuo scolora fino a sparire. Come Harry, contro cui puntano il dito l’albero, Babbo Natale, quei maledetti biglietti d’auguri, finanche un inutile telefono a dileggiare la speranza. 
Produzione MezzARIA, “Il Natale di Harry” è andato in scena al teatro Dei 3 Mestieri nell’ambito della rassegna Umane imperfezioni. Un rimando emotivo incondizionato alle recenti festività, a quelle che verranno, all’allegria da calendario, al nefasto convincimento che la casualità possa applicarsi ai rapporti interpersonali, alla maniera convenzionale del vivere che zavorra l’individuo, fino a distruggerlo. 
Il teatro che disloca la mente e il cuore. A Nicola Alberto Orofino, pertanto, il merito di aver accarezzato il tessuto dell’inespresso e delineato i contorni della mappa emotiva di un personaggio dai fondali scuri e limosi come Harry. Non pretendeva Berkoff e non ha preteso Orofino che ci si vedesse chiaro. Ma ha talmente agitato le acque in superficie, con inusitata perizia, da collocare in posizione subalterna le cause del problema, esigendo piuttosto una lacrima sulla maledetta impossibilità di risolverlo. 
Quando si avvinghia al suo albero e attende, Harry porta ancora negli occhi il suo vivere senza niente. L’intermittenza delle luci abbracciate è la più grassa ed esecrabile risata sul dolore alla vigilia del Santo Natale. 

(da Infomessina.it)

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