Giusi Arimatea

TEATRO

LA FELICITÀ

“La felicità” della compagnia Madè di Catania ha dato ieri il via alla terza edizione de “Il Cortile – Teatro Festival”, con la direzione artistica di Roberto Bonaventura e la collaborazione di Giuseppe Giamboi. 
Nel cortile settecentesco di palazzo Calapaj – D’Alcontres, l’essenzialità di una scenografia che rinunciava all’iconografia degli oggetti e affidava a tre sedie la creazione dell’universo metaforico di tre donne d’altri tempi ha inteso restituire la dimensione comunitaria della società catanese nel Sessantotto cui presumibilmente giovavano spazi deputati all’esposizione di sé, scarni e senza orpelli come lo erano certe voci che sussurravano il disagio, mentre strozzavano i sogni coi giri di perle e tra figghi e subizza trascorrevano i loro giorni senza storia.  
A dirigere Roberta Amato, Giorgia Boscarino e Luana Toscano è stato Nicola Alberto Orofino, il cui disegno registico non solo ha salvaguardato la ricchezza poetica del testo scritto dalla compagnia ma ne ha assecondato la partitura verbale, giocando piuttosto sugli elementi che ne svelassero ora la leggerezza ora la drammaticità e che Orofino ha sapientemente confuso nell’intento di far compiere allo spettatore giri e giri sul quell’ottovolante di emozioni che sa essere certo teatro. 
Sgranando il rosario dei mesi, spuntando i fagiolini e gettando un occhio costumato sulle riviste licenziose di quei tempi rivoluzionari, tre donne trascorrevano sommessamente giornate di quel modesto nulla che diventava tutto con la lavatrice, la televisione, il doppio giro di perle, il Lido dei Ciclopi in appena venti minuti e lì nientemeno che la cabina a mare. Certi mariti non facevano mancare nulla, mancu i coppa. Ma tutto trascorreva nella più regolare routine, quella delle calze Omsa, del sapone Ava, del miele Ambrosoli e dello Svelto per i piatti. Era la felicità in un carosello di oggetti che entravano nelle case, recando i segni di quel miracolo economico che, nell’immobilismo di certe coscienze, aveva pur sempre rivoluzionato le abitudini quotidiane. 
Giacomo e Gaetano erano i mariti da tenere ed erano due presenze, ingombranti peraltro, che aleggiavano costantemente nell’aria per rammentare alle fimmine di casa quanta riconoscenza si dovesse loro, indefessi lavoratori al tempo della riqualificazione urbana che ignorava il concetto di sostenibilità e molto altro. E se tra le pareti domestiche non echeggiavano a sufficienza le voci maschili che esigevano ossequio ci pensavano le madri o le zie a rammentare il ruolo subalterno della donna all’interno della famiglia. Ché le femministe erano tutte buttane e la libertà, il lavoro, la consapevolezza di sé che reclamavano meri deliri cui non andava prestato orecchio. 
La felicità restava casa, marito e figli, quando venivano. Si dava tutto il bene allora, come cantava Anna Identici, e se tutto il bene non bastava si dava ancora di più, alla maniera di Ornella Vanoni. Era il senso diffuso dell’abnegazione con cui ci si consegnava allo sposo che sembrava Teddy Reno e si ingoiava finanche la delusione della prima notte, sulle lenzuola del corredo Paoletti che traduceva in opera il desiderio femminile di quelle generazioni. 
Negli interstizi del chiacchiericcio senza costrutto delle due mogli si nascondeva tuttavia la medesima frustrazione di una zia zitella, dedita in egual modo e con identica prostrazione al nipote di quattro chili e otto, futuro dott. Giacomo Micalizzi, emblema della superiorità acquisita per genere. Erano tre donne infelici ed erano tre anime barricate dietro le finestre di casa per eludere il mondo fuori. 
Alle attrici in scena, magnificamente ingolfate dentro gli abiti morigerati di Vincenzo La Mendola, si riconosce un grande talento di emozionare, divertire e commuovere, mosse com’erano da quell’urgenza di essere e di dire che è risultato il vero motore di una recitazione onesta, penetrante e aliena da pose manierate. La semplicità delle coscienze presupponeva del resto manifestazioni esteriori di pulsioni intime che fossero disadorne e, in quanto tali, oltremodo sincere. 
Quindi le anime fluivano, costruendo o rompendo argini. Ma erano sempre fiumi in piena su quel letto tracimante di pensieri e cose che è ancora oggi rifugio o prigione. Fiumi sempre sul punto di straripare. 
La felicità restava allora una favoletta da raccontare agli altri o da inseguire o da cercare all’infinito.
Mentre il teatro, denudando tre esistenze sulla scena, assolveva al compito di denudare un’umanità intera, sempre protesa a vagheggiare quel sogno di felicità eterna per poi compassionalmente accontentarsi di brevi e fugaci istanti di deperibile piacere. 

(da Infomessina.it)

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