MARI

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Pari… pari chi paroli n’e canusciu, mi pari chi non n’avemu paroli pi ddiri chiddu chi pinzamu. Parramu, parramu e ittamu sulu aria: manciasti, durmisti, travagghiasti, si’ stancu? A ddumani penza Diu. E ccu sti paroli ni inchemu a bbucca. Nni canusci autri, tu?

A teatro si può riflettere sulla lingua, sulle sue capacità evocative, sui suoi limiti. La lingua è del resto il ponte più tangibile che esista tra le anime e, come tale, dovrebbe obbedire all’universo fisico e metafisico entro il quale esse si agitano. Capita tuttavia che i perimetri psichici dell’individuo, più o meno intenzionalmente tracciati, erigano barricate alla comunicazione. In tal caso le parole afferiscono all’area semantica dei pensieri, che non producono suoni né grafie, e si materializzano unicamente ove è indispensabile la loro presenza, ove le azioni spazzano via riflessioni, sentimenti, attese. Sono allora vuoti che si aggiungono a vuoti. Lì dimorano i silenzi. Lì si insinua la solitudine. 
Occorrerebbe pertanto che l’uno recuperasse la dimensione arcaica della vita per instaurare nuove e autentiche relazioni con l’altro. Nudi entrambi, in una parola fragili.
Per far ciò, nel lontano 2002, Tino Caspanello scelse uno spazio di confine. Di qua gli umani limiti, di là l’illimitatezza del mare. Quello spazio ancora oggi è il non-luogo dove si incontrano un uomo e una donna che portano addosso poche parole per troppi pensieri. Dove del mare, di notte, s’ode soltanto il rumore, ma delle anime sulla riva è possibile scandagliarne le profondità. 
“Mari’’, rappresentato per la prima volta al festival Santarcangelo dei Teatri nel 2004, è quel capolavoro di drammaturgia, in scena al teatro Primo di Villa San Giovanni, che ancora oggi resiste a molti presupposti di una teatralità contemporanea in cerca di effetti e deformazioni, per assestarsi sull’orizzonte della parola e dei vuoti che la circoscrivono e la vivificano. La partitura musicale di due anime cui le poche parole che possiedono restringono il campo visivo. Ma il dialetto siciliano, come il mare, vive con e malgrado loro. E conosce i battiti del cuore, e li rispetta. E per una volta, quando il buio della notte attenua l’imbarazzo, trova le parole atte a tradurre persino i più cementati silenzi. 
Un uomo, lo stesso Caspanello, che ritaglia la sua solitudine a un passo dal mare. In un tempo e in luogo imprecisati, dunque estendibili sul piano cartesiano dell’universo. Una donna che in punta di piedi si avvicina, Cinzia Muscolino. Lo sguardo incantato, la corporatura esile e una presenza scenica capace, nella religiosa assenza di rumori, di sconquassare la quiete, riverberando i suoi effetti ben oltre la delimitazione spaziale che la contiene.
Ciò che accade tra i due, in quel frangente, non si presta al fragore dell’azione. Piuttosto si acquatta tra la pudicizia di un gesto, tra la levità di quelle domande, sintatticamente strampalate, che recapitano premure e tenerezze. A riprova di come i sentimenti quasi mai si prestino alla magniloquenza del dire. È su questo terreno che gioca la sua partita tutta la drammaturgia di Caspanello, il cui stile è asciutto, sfrondato del superfluo, malgrado ciò squisitamente poetico. E la poesia che si mescola alla salsedine, in “Mari”, possiede la vitalità, la prepotenza se vogliamo, delle cose che non si perdono e che semmai vanno a nascondersi. Per comparire quando nessuno più le cerca. Qui la poesia è nella penombra di una lingua, il dialetto siciliano, che non pretende di dare un nome alle emozioni, ma che pure sa spanderle nell’aria senza mai pronunciarle. Ché pronunciarle significherebbe svilirle o, peggio, profanarle. 
“Mari” è un’istantanea sull’esistenza. Un frammento di vita di due individui senza un prima né un dopo. Basta tuttavia infrangere, per un momento, le barriere dell’incomunicabilità perché su entrambi si possa imbastire con la fantasia una vita intera. Questo è il miracolo cui assistiamo. L’uomo e la donna in riva al mare sono essenzialmente due anime imperfette che morirebbero se si raccontassero e che invece non si svelano, per vivere in eterno. 
Nell’assolutezza del dire, più che del loro agire, la scena diventa dunque un luogo quasi mistico che non necessita inutili suppellettili; come del resto la regia di Caspanello, al servizio di un’impalpabilità carica di senso, che rifugge l’inessenziale governo di ritmi e variazioni già scanditi a livello di scrittura e che Cinzia Muscolino, accanto a lui, dimostra di aver interiorizzato.
Quando i due si tengono per la seconda volta la mano e toccano nuovamente il mare allora s’arresta la musica dell’acqua. E sul buio precipita quel silenzio che una babele di parole non avrebbe mai potuto eguagliare in contenuto e senso.

 

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