TRANCE

trance

Solo rumore di passi. Quando le luci si accendono, ci sono un uomo e una donna sul palcoscenico della Sala Laudamo sgombro d’ogni riferimento spaziale. E neppure al tempo si allude durante lo spettacolo. Ché “Trance”, non rimanda alla realtà, bensì necessita di un luogo artificiale entro cui collocare, senza alcuna precisazione temporale, un’azione che vi si compie e che non possiede un prima e un dopo.
Gli spazi, di beckettiana memoria, sono mentali, non fisici. E la drammaturgia di Filippo Gessi sulla scena nuda valica agevolmente i confini della verità oggettiva, ordinaria, rassicurante, per giungere a dimensioni nascoste, a verità più profonde.
Dapprima una giovane coppia, alle prese con le disfunzioni di una relazione malata. Tenerezza e violenza, estrinsecate entrambe da una fisicità fragorosa e da parole che la fomentano. Poi una coppia meno giovane, che meno si mescola fisicamente ma sempre urla. Ad accomunarle l’incomunicabilità più manifesta. E l’andare. Verso una meta, Farso, che custodisce la speranza ed espelle la fatica per raggiungerla. Ma che forse neppure esiste. 
Quanto manca?” diventa una domanda molesta e svilisce il valore del traguardo. Importa andare avanti, a costo di spezzare un racconto evangelico o di rimettersi in piedi dopo le botte: un ginocchio, poi l’altro, poi le mani, poi su, tra le braccia che a intermittenza rassicurano. 
Arriveremo?”. “Ci vuole”. Eppure le soste trovano sempre uguali scenari. Di comunicazione e di paesaggio. 
La giovane coppia prova a inventarsi le colline, i prati, quella parvenza d’orizzonte verso cui tendere e assegnare significato alla meta. Agli adulti non compete, invece, l’amplificazione del sogno. La donna parla, parla, parla. L’uomo non capisce mai niente. 
A una sosta le due coppie si trovano. E si riconoscono. Padre e madre, che non si amano, di un figlio che non sa amare. 
Quando irrompe, la morte è solo un piccolo intralcio alla prosecuzione del viaggio. Innanzi al corpo senza vita della giovane donna, i genitori per un istante si domandano in cosa abbiano sbagliato nel crescere il proprio figlio. E un istante dopo voltano pagina, ripromettendosi d’essere più buoni, più felici, più vicini al loro bambino. 
Nessuno vede la realtà e nessuno la cerca. Sotto gli occhi un paesaggio che è sempre lo stesso. Ma è meglio andare, tuttalpiù prendendo delle precauzioni, che fermarsi a pensare.
È il rifiuto della conoscenza di sé a fregarli. O a salvarli, se si vuole. Farso è quel non luogo da dove ripartire. E per questo la distanza per raggiungerlo si dilata all’infinito. I passi non spostano i corpi, relegandoli in un anfratto di universo senza storia.
Ci vuole poco, molto poco” è la bugia per resistere. E ben si confà a quello stato ipnotico che sottrae i personaggi al reale. 
Alessio Bonaffini, Tino Calabrò, Jessica Granato e Margherita Smedile danno vita a quelle creature smarrite inscenando ciascuno la propria solitudine. Negli sguardi, nei gesti, nella perentorietà delle parole dimora il terribile solipsismo delle coscienze cui la regia di Gessi intendeva sfilare il velo. 
E quando le coppie, grazie alla morte, si perdono, restano due esseri intimamente avvinghiati: madre e figlio. Lì a recuperare quel legame simbiotico da cui tutto è cominciato. Perseguitati, senza saperlo, da quel Colombre che ne decreta il viaggio infinito e senza meta.

(da Tgme.it)

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