ETERNA, A VUCCA L’AMMA

eterna

Inconfondibile la firma di Nicola Alberto Orofino. Nessuna sudditanza della scena alla scrittura, audace manipolazione dei testi, sincera adesione all’universo del drammaturgo e ciononostante licenza di sconvolgerlo. Il perimetro entro cui si muove è dunque quello che egli stesso concepisce per disporre le parole sulla scena, rispondendo a logiche e categorie estetiche personali per dar loro nuova vita. E sono fonti di luce innaturale, sono spazi che rimandano a luoghi artificiali, è febbrile dinamismo ed è interpolazione tra testo e altri materiali a costituire quell’impronta registica che permette a Orofino di giocare con le parole altrui dettandone tutte le volte le regole. 
Lo spettacolo “ETerNA, a vucca l’amma”, prodotto dal Teatro Stabile di Catania e in scena a Castello Ursino, è il felice esito dell’incontro tra il regista catanese e l’autrice di origini marsalesi Luana Rondinelli.
Il pretesto: l’eruzione dell’Etna del 1669. Vero e proprio assedio al quale la Rondinelli riserva uno sguardo tutto femminile e che, come tale, trabocca di sangue, brutalità, ironia. 
I personaggi che animano la scena effigiano l’umanità intera, ciascuno con le proprie irriflesse miserie, innanzi alla catastrofe. Quando la terra brucia finanche la linea di demarcazione che separa i signori dai miserabili si disperde e tutto un popolo sta lì, a pregare e pregare. Inesaudito dai santi, al passare dei giorni spoglio d’ogni speranza. 
Lo spettacolo prende le mosse dalle bellezze d’una Catania ricostruita, filtrata dagli occhi di netturbini che spazzano via inciviltà, cenere, passato. Il vulcano è una minaccia, è il carpe diem del vivere ai suoi piedi, è il fuoco, è la passione. Etna è donna e può distruggere ogni cosa. 
Proiettati nel diciassettesimo secolo, quando l’uomo pretendeva di domare la natura a colpi di miracoli, i catanesi letteralmente si dividono tra nobili e popolani, gli uni ingolfati dentro abiti barocchi, gli altri dentro ai panni della più diffusa miseria (costumi di Vincenzo La Mendola). A latere, la chiesa. Per entrambi rifugio prediletto, davvero l’ultimo baluardo della speranza. 
La “mavara” a seminare paura. Sant’Agata e Sant’Euplio a contendersi i fedeli. Le suore di clausura a pregare. E l’Etna lì, beffarda, che si appresta a coprire ogni cosa. 
Lo scenario non è ancora apocalittico quando si diffondono nell’aria le note de “Il pendio dell’abbandono” di Carmen Consoli. Orofino procede per quadri figurativi e spezza alla sua maniera la tensione, riportando per qualche istante alla vita e apprestandosi poco dopo ad accogliere la morte. 
Inappuntabile il disegno luci di Salvo Costa, grazie al quale non solo è stata sfruttata la profondità degli spazi, ma pure l’architettura deputata a contenerli. Così che il rosso fuoco dell’Etna, dall’indifferente fondale in pietra, minacciasse prima e travolgesse poi quella Catania alla quale solo il mare avrebbe potuto dare scampo. Ma il mare non sempre basta e comunque non è per tutti. 
Lava ca mucca ogni cosa”, Sant’Agata muta, il vescovo e don Diego a dirigere il coro di orazione, i politici che promettono. C’è la voce di Tosca nel brano “Il terzo fuochista”. C’è un valzer e c’è finalmente la consapevolezza che “u giganti s’incazzò, l’Etna è rosso. Dal vescovo? No, dal popolo”, il refrain della disperazione di uomini e donne allo sbando. C’è “Arca di Noè” di Mannarino. E c’è una storia da raccontare. C’è infine Catania, c’è ancora Catania. Ché Catania non muore. 
È sulle note di “A finestra” di Carmen Consoli che gli attori raccolgono gli applausi. Sono Roberta Amato, Gianmarco Arcadipane, Alessandra Barbagallo, Francesco Bernava, Giorgia Boscarino, Daniele Bruno, Marta Cirello, Cosimo Coltraro, Egle Doria, Valeria La Bua, Silvio Laviano, Luca Fiorino, Marcello Montalto, Lucia Portale e Luana Toscano. I numeri comportano diversificate qualità espressive e attoriali, registri vocali e stilistici dissimili. Malgrado ciò la presenza in scena risulta complessivamente energica e si gode di un equilibrio globale che adombra talune imperfezioni interpretative. 
“ETerNA” non sembra essere stato concepito per sconquassare “a vucca l’amma”, che pure è ricettacolo d’ogni apocalisse e precipuo metro di misurazione del dolore. Tra le pieghe della scrittura di Luana Rondinelli si celano piuttosto gli strumenti che l’uomo, più o meno consciamente, utilizza per esorcizzare la paura. Prima tra tutte l’ironia, che permea la gravezza del vivere. Passaggi spiccatamente letterari si alternano così a ilari sequenze che la regia di Orofino, coadiuvato da Gabriella Caltabiano, ha saputo rileggere e armonicamente legare in un garbato impianto scenico. 
Qui s’arresta la critica. Ché eccedere sul piano dello strutturalismo e minuziosamente scomporre in elementi un lavoro composito che si erge sulla creatività dei linguaggi della scrittura e della scena vorrebbe dire penalizzare la magia del teatro. E a teatro le sensazioni non si lasciano facilmente catturare. Conviene allora lasciarle fluire, come lava. E tutto in quel preciso momento deve tacere. 

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